Per scoprire una Rai che non chiude la produzione da giugno a settembre bisogna andare indietro nel tempo. Ricordo che un anno lo slogan della rete ammiraglia fu: “Rai1 non chiude per ferie”. Quell’estate Enzo Biagi, dopo aver realizzato “Il fatto”, girò la penisola per raccontare gli italiani, Arrigo Levi andò in onda con “C’era una volta la Russia“. Allora a Rai1 eravamo pronti in qualsiasi momento a produrre speciali.

Era tutto più semplice, vi era meno controllo dall’esterno. Il direttore di rete godeva della giusta autonomia. Si coordinava con il palinsesto centrale e con il direttore generale, ma non prendeva ordini dalla “burocrazia” (il male poco oscuro di ogni libera iniziativa), anzi, la stessa si metteva a disposizione di chi realizzava i programmi. Oggi la “burocrazia” può essere uno strumento di censura. Quando arrivò Gad Lerner a dirigere il Tg1, realizzammo una serata dedicata alla beatificazione di papa Giovanni XXIII. La preparammo durante l’estate e il 29 agosto andò in onda. Fu un trionfo di ascolto: 38% di share. In questi giorni la prima serata si vince con il 15%, quasi un terzo del pubblico ha abbandonato le tv generaliste, per il satellite, le private e le pay. Non è vero che l’offerta Rai è così solo perché non ci sono soldi per produrre.

Nella scorsa estate clamoroso fu il no di Masi quando il direttore di Rai3 Ruffini chiese di poter andare in onda con uno speciale Ballarò durante lo scontro tra Berlusconi e Fini. Sempre l’ex dg impedì di anticipare il programma di Floris dal 14 al 7 settembre (Fini si stava preparando per lo strappo finale), la ragione fu: “I palinsesti decisi non si cambiano”. Ha ragione Carlo Tecce quando scrive: “Dopo la scomparsa dei fatti, anche le notizie passano a miglior vita”. Il servizio pubblico ha abdicato, ancora una volta, alla concorrenza l’approfondimento (il programma di Telese e Costamagna su La7 viaggia tra l’8 e il 9% di share).

Purtroppo quello che dovrebbe essere considerato un’eccezione, la replica, in Rai è diventata una consuetudine. Che ci sia bisogno per 12 mesi l’anno di approfondimento informativo lo dicono i fatti: la politica è inarrestabile, la crisi economica avanza inesorabilmente, nel Nord dell’Africa non c’è pace, nel Corno vi è un esodo apocalittico di 10 milioni di persone causato dalla carestia, mentre i tg preferiscono approfondire il gossip. Sarebbe sufficiente che alla fine della programmazione di Ballarò, Report, Annozero, Porta a Porta (i precotti estivi servono solo per arricchire il conduttore), partissero nuovi programmi prodotti da rete e testata con giovani giornalisti: la scoperta di nuovi talenti non farebbe male né alla Rai né ai telespettatori.

Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2011