Maurizio Maggiani, il libertario, ora passa molto del suo tempo nella campagna faentina. È noto soprattutto come romanziere Maggiani e scrittore si è scoperto poco prima dei 40 anni, dopo aver fatto un po’ di tutto. In Romagna legge, scrive, fotografa gente semplice e degna che ha lavorato una vita, conscia del proprio ruolo, all’interno di una comunità identitaria dalle radici rurali. È un Maggiani che ama le rose e pota un vecchissimo gelso, che mangia la pizza fatta in un ruspante circolo cittadino gestito da rumeni. Maggiani che fuma e riflette prima di parlare, esercitando “la voce, lo strumento più antico e rudimentale a disposizione”. Discorre di passione, di anarchia, di attualità, di ricordi. Indossa una maglietta coi versi di Leopardi, ma del recanatese non ha la stessa visione pessimistica. “È consapevole di vivere in tempi bui, cionostante mantiene quel dignitoso coraggio della speranza che si ritrova in tanti suoi libri: “Non c’è alternativa –afferma- a un nuovo Risorgimento degli italiani”.

È vent’anni che scrivo storie e alla fine sono arrivato alla certezza che non avrò mai abbastanza fantasia per inventarmi qualcosa di meglio di ciò che accade là dove si posa il mio sguardo”. La fortuna di alcuni dei suoi libri è data anche dal fatto che racconta un microcosmo che conosce bene, che si chiami Molicciara (la frazione dove è nato) o Carlomagno (il paesino de “Il coraggio del pettirosso”)…

“Se il tuo non è uno sguardo distratto, se ti prende passione di quello che vedi, che tocchi, che senti, che vivi, allora hai una forza straordinaria, perché sei parte del fatto e questo arriva agli altri che ascoltano e partecipano. Il romanziere è colui che si fa una visione appassionata di un uomo, di una vicenda, di una città, di un paesaggio. I grandi romanzi della storia dell’umanità sono storie scritte da uomini che si sono appassionati, di solito, a grandi tragedie. Basti pensare all’Iliade: in sé la vicenda di Troia non è diversa da quella di tante guerre succedutesi nei millenni, ma è la passione con cui è stata raccontata che l’ha resa immortale”.

Ora Maggiani passa molto del suo tempo in Romagna, una terra che ha definito “di insurrezionali, garibaldini, rivoltosi”. In questa regione che cosa ritrova delle persone della val di Magra “che stanno sugli scogli tra le Apuane e il mare”?

“Ovunque una comunità, che si riconosca ancora come tale, resiste alla disgregazione delle epoche. La dignità di sé è la prima cosa che ritrovo, cioè il riconoscimento di sé come comunità. Io pensavo che la gente di casa mia fosse la più rivoltosa d’Italia, ma i romagnoli lo sono ancora di più. Notoriamente la mia è una terra d’anarchici e l’anarchico ha anzitutto il senso del dovere personale alla battaglia. La Romagna ha questo senso della comunità che è anche collettività e cooperativa”.

Il 2 agosto a Cesenatico si festeggia la Trafila garibaldina, “la via crucis di 14 giorni” che vide protagonisti Giuseppe e Anita Garibaldi in fuga, da Roma verso nord, dai papalini e dagli austriaci. Che cosa rappresenta per lei questa festa?

“Per me è straordinaria l’idea che si festeggi una storia. Quando il popolo fa festa non solo non vuole dimenticare, ma afferma la proprietà sulla sua storia. Gli americani festeggiano il 4 luglio, i francesi il 14. Perché in Italia non riusciamo a fare festa il 25 aprile o il 17 marzo? Vuol dire che il nostro popolo non è ancora riuscito a essere proprietario della sua storia. I romagnoli, il 2 agosto, festeggiano una storia avventurosa, tragica, affascinante, dolce che ha i connotati del grande romanzo. C’è tutto: il popolo, gli individui, la fuga, l’eroismo, la clandestinità. Questo per me è estremamente bello e civile”.

Il 3 luglio 1849 la costituzione della repubblica romana fu approvata mentre l’esercito francese occupava Roma. Il primo articolo recita: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo”. Il responso delle urne nell’ultimo referendum pare essersi riappropriato di quel principio. Pensa che il referendum possa essere lo strumento adatto per riformare anche il sistema elettorale?

“L’unica democrazia per cui io sono disposto a morire è quella partecipata e il referendum ne è lo strumento elettivo. Qualunque altra forma di organizzazione democratica è destinata a farsi monarchia, per l’irrefrenabile istinto di chi una volta giunto al potere vuole mantenerlo. In Italia lo strumento referendario è stato volutamente sputtanato. Questa ultima consultazione popolare ha però dimostrato che, se si pongono correttamente i quesiti, il referendum viene accettato come uno strumento vero. Non so se questo accadrà nuovamente, perché il referendum in questa falsa democrazia dà fastidio a tutti. Si prenda la questione dell’acqua: i sindaci di destra e di sinistra sono già al lavoro per vanificare i risultati delle urne. Le imprese pubbliche sono spesso delle grandi porcate. La lotta perché l’acqua resti pubblica la fanno quelli attaccati al potere che rimane, per chi fa politica, nelle aziende partecipate, le uniche dove ancora si danno dei posti di lavoro, dove il clientelismo funziona bene. L’acqua invece è un bene di tutti, che non deve essere gestito da clientele.

Per Metternich l’Italia era “una mera espressione geografica”. Il Paese, durante il Risorgimento, ha invece dimostrato con la sua “carne macinata per l’universo” di essere una e di saper lottare per affermarsi come Stato. Che ne è oggi di quello Stato?

“Io sono profondamente ottimista. Vedo quanto schifo stiamo vivendo e quanto ancora ce ne toccherà, però ho la convinzione di vivere il privilegio di un crinale d’epoca. È un fatto fisiologico: devi arrivare in cantina, lì ci trovi topi, scheletri, ma poi puoi solo risalire. Lo testimonia il Risorgimento. Nel 1838 Alphonse de Lamartine conclude un reportage dall’Italia definendola: “Un Paese di morti abitato di inane polvere umana”. Tre anni dopo nasce la Giovine Italia, cioè lo strumento della rivoluzione italiana. Vent’anni dopo l’Italia è a ferro e fuoco e mette a ferro e fuoco l’Europa intera, perché tutto parte dall’Italia, da Palermo”.

Maggiani, lei si è definito “un anarchico all’acqua di rose tra santa Maria Goretti e Bakunin”. C’è ancora spazio nel mondo di oggi per l’avvento di un’“umanità nova”?

“Sì, perché la storia non finisce mai. Certo l’obiettivo di un’umanità solidale, libera -l’idea che ne ha l’anarchia- è teleologica, come l’umanità redenta per i cristiani, però quello che conta per l’umanità non è quando e se sarà redenta, ma quanto fa per redimersi. Un anarchico sa che non vedrà mai la società anarchica e forse neanche i suoi pronipoti, ma sa anche che lui giustifica la vita per quanto fa, perché i suoi successori siano gli uomini in grado di generare l’umanità nova e incomincia così dando l’esempio della propria vita”.

Sorgenti essiccate, torrenti senza più acqua: i treni della Tav hanno sconvolto il sistema idrico del Mugello. Recentemente i 27 imputati sono stati assolti nella sentenza della Corte d’appello, mentre è in corso la battaglia in Val di Susa. Che cosa significa per una comunità montana perdere il canto dell’acqua?

“Questo tema credo che dipenda dalla dignità, dalla coscienza che ha di sé una collettività di uomini. Se una comunità montana perde il canto dell’acqua perde la sua dignità. È un po’ come dalle mie parti abbattere un noce, che è l’albero che accoglie tutte le streghe, per farci un posto auto. Ora io mi chiedo se sto davvero comprendendo cosa succede in val di Susa. Quello che c’è di indecente è che ancora una volta si sia usato un metodo fintamente democratico in alcuni casi e non democratico in altri, per paura e disprezzo della democrazia e delle comunità. La guerriglia di questi giorni mi puzza, non ho capito chi abbia mandato quella gente. Al G8 di Genova era chiaro, li ho visti, ma ora non capisco come le comunità montane avrebbero potuto usare questi manganelli umani per risolvere la questione. In val di Susa si ricordano dell’esempio del Mugello dove sono stati fatti dei disastri. La gente va pazza per l’alta velocità, ma bisogna chiedersi se l’unico modo di fare i lavori fosse quello lì. Se queste grandi opere in Italia venissero fatte al netto delle mazzette e del mangia mangia, i soldi spesi potrebbero essere usati per ripristini paesistici e ambientali”.