Tutte le mattine, da trentacinque anni, si sveglia alle quattro del mattino e prende il primo traghetto per Capri, quello delle 5.40 (il cosiddetto “postale”) che parte da Molo Beverello. Poi, sbarcato nell’isola, sale sulla prima funicolare alle 6. 45 e va a faticare. Tutte le mattine, compreso il sabato, anche ad agosto, anche d’inverno quando il mare è veramente incazzato. Ha solo dieci giorni di ferie a settembre, quando i cantieri finalmente chiudono (ma per poco).

Questo è Giuseppe B., 62 anni portati con allegria, senza mai piangersi addosso. È un tuttofare: imbianchino, muratore, piastrellista… Lo chiamano, “l’Usignolo” perché quando lavora si accompagna sempre alle melodie di Scalinatella e Maruzzella. Trentacinque anni fa, quando ha incominciato, era solo, adesso è in compagnia di oltre duecento operai, anche giovanissimi, i quali hanno trovato una fatica nei cantieri edili di Capri. “A Napoli sarebbero sicuramente disoccupati. Ma la disoccupazione non è la vera malattia di Napoli: è la ‘svogliatezza’. Nun tengono voglia ‘e faticà…..”, dichiara. Eppure, straordinari inclusi, Giuseppe arriva a malapena a 1.300 euro al mese.

“I politici a Napoli? Sono una schifezza. Pensano solo a fare affari con la camorra.” Forse le parole di Giuseppe sono solo l’amara (e un po’ qualunquistica) conclusione di uno che si spacca la schiena (seppur cantando). Il lavoro a Napoli non c’è, purtroppo, e la “svogliatezza” c’entra poco.

Quel po’ di fatica che si riesce a trovare non è visibile, perché in nero abissale: non emergerà mai. E poi, neanche in nero riesce a risollevare l’economia della città. Mi ricordo della dichiarazione di un simpatico e noto attore di origine napoletana, che tempo fa, sconsolato (e anche un po’ arrabbiato), dichiarò che Napoli fu condannata senza appello quando venne deciso che non doveva più essere una città industriale. Chiusero i cantieri al porto, le fonderie e le industrie metalmeccaniche, senza pietà. Poi chiuse pure l’Italsider, nella baia più bella: l’acqua davanti a Coroglio una volta luccicava d’argento. La riconversione di Bagnoli non è stata completata.

Il turismo avrebbe dovuto rappresentare la principale risorsa, dissero a giustificazione postuma.

Dopo trentacinque anni di duro lavoro, Capri non sembra a Giuseppe l’isola di sogno che è nell’immaginario di tutti: “Appena vado in pensione mi trasferisco a Latina da mio figlio”, dice. L’Usignolo mi saluta e s’incammina fischiettando.

di Januaria Piromallo