di Federica Colonna
«Le vecchie carte geografiche non ci servono più: sono state utili, ci hanno portato fin qui, ma ora non bastano. È il momento in cui i cartografi, come pionieri, si mettano a disegnare le mappe del mondo nuovo». Franco Bolelli introduce così gli appuntamenti La filosofia al tempo di Google, organizzati dall’azienda di Mountain View durante il Festival Caffeina Cultura di Viterbo.

«Siamo di fronte al più grande cambiamento mai sperimentato dall’umanità: siamo noi i primi uomini senza coordinate di spazio e di tempo. In un solo istante possiamo accedere a tutta la cultura prodotta in ogni dove e in ogni epoca. Possiamo leggere in diretta il nostro DNA». Con queste parole lo scrittore rivela l’obiettivo del ciclo di incontri in cui sono coinvolti lo storico Franco Cardini, il giornalista Luca De Biase, i filosofi Giulio Giorello e Giacomo Marramao e il segretario del pontificio consiglio per le comunicazioni sociali, Monsignor Paul Tighe.

Lo scopo è capire come sono cambiati il pensiero, la filosofia e la scienza nel tempo della rete. Un assunto di base lega insieme gli interventi: la storia dell’umanità è prima di tutto storia dell’innovazione tecnologia e della mutazione culturale. Due aspetti connessi, inscindibili. «Sulla scala dell’evoluzione della specie – spiega De Biase – l’umanità ha sviluppato capacità cerebrali straordinarie, senza particolari mutazioni genetiche, ma per via culturale. È possibile che le nuove tecnologie per la lettura migliorino le prestazioni del cervello di chi legge?» Se la conoscenza non è più un testo lineare, da seguire in una certa direzione, passo dopo passo, allora anche il cervello è cambiato, si è evoluto come un rizoma in ogni verso e in ogni modo. L’apprendimento non può più essere, allora, un percorso obbligato, istituzionale, ma è una scoperta costante e potenzialmente infinita. Come le ricerche che si possono fare online.

Non esiste più un canovaccio, come nell’epoca televisiva: non ci sono sceneggiature già scritte in grado di dare forma ai racconti collettivi. Ciò che conta è la ricerca costante, sostiene lo storico Franco Cardini: la vocazione naturale dell’uomo a porsi domande si realizza, nel tempo della rete, in maniera esponenziale. Il sentimento del secolo è il dubbio, siamo nell’era dell’Interrogative Mood, per usare le parole di Padgett Powell. La ricerca diventa persino un gesto fisico durante il quale il tasto invio sulla tastiera del computer corrisponde al punto interrogativo lanciato nelle profondità del web.

Anche la ricerca della felicità, tema politico per eccellenza, in grado di motivare ogni desiderio d’avvenire, non prevede più risposte sicure: la famiglia della pasta Barilla e quella sorridente e affamata del Mulino Bianco, si perdono come tante icone nel deep blu, il profondo blu del film Tron, lo spazio mutlidimensionale del web. «Noi ci siamo dentro – spiega Giorello, durante l’incontro Pirateria, il diritto di ribellarsi – come i pirati classici con cui condividiamo un lessico e un modo di fare. Perché come una merce preziosa la cultura non sopporta dogane e nemmeno dazi».

La filosofia al tempo di Google è, quindi, il tentativo di guardare la rete dal punto di vista culturale, di sperimentare un lessico abbandonato dal dibattito pubblico italiano in cui prevalgono le questioni tecnico-burocratiche, i cavilli e le norme. «Per capire la storia dell’innovazione – conclude Bolelli – non bisogna appassionarsi al mezzo, ma alle persone che lo usano». E che così facendo cambiano gli immaginari, la società, la narrazione collettiva e ci conducono nel pianeta che sarà. Peccato che la politica non lo capisca e si limiti ad alternare il linguaggio della preoccupazione a quello di una giurisprudenza ancorata all’arcaico duopolio televisivo, definizione che oggi pare offensiva, blasfema. Roba dell’altro mondo, insomma. Non certo digitale, ma quello che non esiste più.