Abbiamo necessità di risparmiare sui conti pubblici? Tagliare solo i servizi, come si è fatto spesso sinora, impoverisce il Paese e non produce benefici durevoli, bensì disservizi dannosi per tutta l’economia. La giustizia (e parlo in particolare di quella penale) è uno dei pochi settori della pubblica amministrazione che potrebbe funzionare meglio pesando di meno sui conti pubblici. Fatta esclusione per alcune questioni che necessitano inevitabilmente di un iniziale investimento per portare poi benefici (penso all’assunzione di nuovo personale amministrativo, che si va assottigliando in maniera scriteriata da anni), sono molte le possibili riforme che darebbero ossigeno ai conti dello Stato in maniera strutturale:

depenalizzare con saggezza ed eliminare il grado di appello per i reati meno gravi che non determinano detenzione (evitando così i relativi costi di processi inutili, milioni di copie, notifiche e lavoro inutile di magistrati, personale amministrativo e avvocati che magari stanno lavorando legittimamente a spese dello Stato);

snellire il processo per i reati meno gravi, per i quali l’escussione dei testimoni dopo anni appare un appesantimento non necessario (che finisce con l’essere la rilettura delle dichiarazioni verbalizzate allora…) e dai costi spesso molto alti (notifiche e trasferimenti), considerato che il principio costituzionale del giusto processo e del contraddittorio potrebbe trovare diversa attuazione in base alla rilevanza dei fatti in questione e delle pene irrogabili (gli Stati Uniti utilizzano questo modello processuale, ma non hanno l’obbligatorietà dell’azione penale e quindi fanno pochi processi nei quali investono molte risorse; noi ne abbiamo troppi e finiamo spesso per farli male o tardi);

– semplificare il sistema delle notifiche, utilizzando solo la posta elettronica per gli avvocati e le parti consenzienti (risparmio di carta, fax e recupero ad altre funzioni degli ufficiali giudiziari);

rimodulare le pene, incentivando al massimo il risarcimento del danno (che potrebbe estinguere i fatti illeciti meno gravi) e il pagamento dei costi del procedimento (accade spesso di concedere la pena sospesa anche per reati come la bancarotta fraudolenta, laddove invece, piuttosto che una finta pena detentiva, sarebbe di maggiore utilità una pena effettiva non detentiva ma economica, anche sotto forma di lavori di pubblica utilità. Peraltro con esiti probabilmente migliori anche in punto di rieducazione del condannato);

ratificare la convenzione sulla corruzione del Consiglio d’Europa, così da migliorare il contrasto a un fenomeno che rappresenta la terza fonte di danno erariale nel nostro paese, con ricadute difficilmente quantificabili sulla società intera;

interrompere definitivamente la politica dei condoni e avviare un forte contrasto all’evasione fiscale anche rafforzando la normativa penale (falso in bilancio compreso) e dando le possibilità di confiscare i beni immobili e di lusso di cui il contribuente non può giustificare il possesso (colpendo così anche i settori della borghesia mafiosa del nord che sfuggono alle misure di prevenzione classiche e alle indagini per riciclaggio);

sospendere i processi contro gli irreperibili (proposta in effetti contenuta nella bozza della manovra economica);

bloccare il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado così da evitare ricorsi meramente dilatori (che comunque pesano e costano alla giustizia) e facendo sì che il processo arrivi a decisioni effettive anche sul piano della sanzione economica e non si vedano terminare migliaia di procedimenti con un colpo di spugna;

incentivare l’utilizzo di tecnologia a basso costo e ormai estremamente diffusa (penso alle video-conferenze, oggi usate ancora troppo raramente) per evitare costose trasferte di detenuti e testimoni.

Un sistema giustizia complessivamente più efficiente e forte nel contrasto all’illegalità si traduce in una grande ricchezza per tutti e anche in un motivo di credibilità all’estero. L’ipotesi invece di premiare quei magistrati o quei tribunali che “producono di più” mi sembra invece una pericolosa scorciatoia:

– perchè il processo deve accertare la verità e non può essere solo una corsa al risultato, qualsiasi esso sia. La logica aziendalistica rischia di migliorare i numeri della giustizia, minandone però la credibilità

– perchè già oggi i magistrati italiani sono ai vertici europei per carico di lavoro e produttività, e semmai si pone un problema di salvaguardare la qualità del lavoro.

L’efficienza degli uffici giudiziari è una questione reale e una sfida necessaria, ma va affrontata promuovendo il merito e le capacità mamageriali nella scelta dei capi degli uffici e pretendendo la diffusione dei migliori standard organizzativi: noi magistrati dobbiamo liberarci dell’autoreferenzialità perchè la gestione del lavoro non attiene all’autonomia e all’indipendenza del magistrato, che si manifesta solo nelle sue scelte e decisioni.

P.s. il fatto che in queste riflessioni si debbano spesso ripetere alcune proposte ben note è la triste dimostrazione del fatto che il dibattito politico non si occupa dei veri problemi (o perlomeno non dei veri problemi della maggior parte dei cittadini…).