Una volta d’estate non succedeva niente. Oggi invece crollano i paesi. Una volta questo era il periodo ideale per far passare leggi controverse, perché l’attenzione della gente – si diceva – è bassa. Oggi le leggi controverse provano a farle passare ogni mese dell’anno. I telegiornali estivi di un tempo erano la quintessenza dell’inessenziale, lunghi soporiferi servizi sul costo dell’affitto degli ombrelloni e sui turisti che fanno il bagno nelle fontane delle città d’arte. Adesso non c’è spazio nemmeno per il giallo dell’estate, lo spettro di catastrofi finanziarie mondiali incombe come la minaccia livida di un temporale sulle villeggiature estive. Il senso di un paese che cambia, di un’epoca che si trasforma, sta anche in queste cose.

C’è qualcosa però in tutto questo che rende il caso Italia assolutamente speciale rispetto al resto del mondo. Mentre la borsa è sulla graticola della speculazione e i risparmiatori tremano, il presidente del Consiglio se ne sta appartato come il re silente a rimuginare sul risarcimento per il lodo Mondadori e a congetturare coi suoi avvocati un modo per farla franca ancora una volta. Il Berlusconi non pervenuto di questi giorni è l’emblema di un quasi ventennio di politiche ad personam. Un leader assediato nel suo bunker che conta i denari nel salvadanaio mentre intorno tutto crolla. È l’immagine tragica di un autocrate ormai fuori controllo, che rifiuta ogni trattativa nonché qualsiasi ipotesi di resa, all’unico scopo di trascinare il paese e il suo popolo nel baratro in cui egli stesso sente di precipitare.

Dunque il piccolo re shakespeariano è alla conta dei giorni. E se non fosse per il presidente Napolitano, unico autentico leader di questa disgraziata nazione, che con un appello all’unità nazionale nel momento della prova suprema indica ancora una volta la retta via, oggi guarderemmo all’Italia attraverso l’immagine raccapricciante di un corpo senza testa che si dimena in cerca di scampo. La Lega, l’alleato al governo di Berlusconi, del resto, anziché supplire all’assenza del premier, è troppo presa in questi giorni a mandare a quel paese cantanti che invocano il tricolore e ad annunciare l’imminente apertura di fantomatici ministeri in quel di Monza.

Fare un confronto con l’appello accorato di un leader vero come Obama per la salvezza dell’economia nazionale americana avrebbe un che di grottesco. La parodia in cui siamo finiti sta tutta in questa lucida e sconcertante verità, nell’inammissibilità di qualsiasi raffronto o paragone con le altre moderne democrazie d’occidente.