«Scegli i libri e salva gli alberi» è lo slogan della campagna rilanciata in questi giorni da Greenpeace a favore della carta “amica delle foreste”. Hanno aderito tra gli altri due prestigiose trasmissioni Rai come Radio3 scienza e Fahrenheit. Iniziativa encomiabile, posto che la deforestazione è la principale causa del riscaldamento globale. Ma in un paese così poco propenso alla lettura, il rischio è che insieme alle foreste si desertifichino le librerie. Scegliere un libro, tra le migliaia che torreggiano sui banconi, è già impresa titanica, figurarsi se uno deve pure controllare l’imprimatur del Sant’Uffizio verde.
Greenpeace ha stilato una lista dei buoni (pochi) e dei cattivi (la maggioranza) dell’editoria eco compatibile: primi della classe Bompiani e Fandango, benino Einaudi Stilelibero, Feltrinelli e Laterza, bocciati Sellerio e le Paoline, gli altri nel mezzo, a barcamenarsi in cerca della sufficienza. Tra questi Mondadori, solo parzialmente convertita alla religione ambientalista, che ogni tanto spara fuori un volume a emissioni zero. Certo se il criterio di scelta di un libro diventa la provenienza della carta, stiamo freschi. Adocchi un Camilleri che ti fa gola, e subito accorre, allarmato, il commesso della Feltrinelli: «Giù le mani, è di Sellerio! Un inquinatore che ha già raso mezza Sumatra, sfrattando centinaia di orango. Difenda l’ambiente, si compri piuttosto l’ultimo romanzo di Scurati, che è stampato da Bompiani su carta riciclata!». Oppure vai alla Mondadori, vorresti tanto i racconti di Bradbury, uno che al valore dei libri ci credeva sul serio, ma è un Oscar, non ha il bollino Greenpeace, e quelli ti dirottano su Amore non è amare di Crepet, Meluzzi, Picozzi e Zecchi (Collana Strade blu, marchio Fsc: “Carta da fonti gestite in maniera responsabile”). Sarà responsabile la carta, i contenuti a volte un po’ meno. Per salvare le foreste, si maltrattano i neuroni.
Se posso azzardare una previsione, a forza di gridare «attenti ai libri!», finirà che ci convertiamo in massa all’ebook. Un Kindle succhia energia elettrica (da fonti magari non rinnovabili) ma non emette Co2 e per produrlo non tagliano nemmeno un albero. Forse, più che al futuro dell’Amazzonia, Greenpeace pensa a quello di Amazon.com.

Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2011