SARAJEVO- Alla vigilia del 16° anniversario del più sanguinoso massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, le madri, mogli o sorelle degli 8.372 civili musulmani trucidati in pochi giorni dalle truppe serbe nel luglio del 1995 dopo la caduta di Srebrenica, temono, per la lentezza delle esumazioni e delle procedure di identificazione, di non vivere abbastanza per ritrovare i resti di tutti i loro cari e che la tragedia stessa di Srebrenica cada nel dimenticatoio.

“Mi fa più paura l’oblio che tutto quello che ho vissuto”, ha detto ieri Munira Subasic che ancora cerca i resti del figlio più piccolo per dargli degna sepoltura e che ieri ha criticato i sarajevesi perché di anno in anno in sempre minor numero salutano il convoglio delle salme – quest’anno 613, esumate da 80 fosse comuni e identificate con il test del Dna – che verranno tumulate domani nel cimitero di Potocari accanto alle 4.524 tombe esistenti.

La città, che era “area protetta dell’Onu”, cadde nelle mani della soldataglia di Mladic l’11 luglio e quel giorno “25 mila uomini, donne, bambini, raggiunsero nel panico Potocari con l’intenzione di rifugiarsi nella base dei caschi blu olandesi, l’unica possibile salvezza”, racconta Hasan Nuhanovic, all’epoca interprete delle forze dell’Onu. La donna sottolinea che la comunità internazionale era pesantemente coinvolta come la “terza delle parti” nel conflitto in Bosnia, quella stessa che oggi sta per giudicare il generale Ratko Mladic accusato di crimini di guerra e genocidio.

“Quel giorno i militari olandesi – ha raccontato ancora Nuhanovi – hanno permesso a 5-6 mila persone di entrare nella base, mentre le altre 20.000 sono rimaste fuori e il giorno dopo sono arrivati i soldati serbi e hanno cominciato a separare gli uomini dalle donne e ad uccidere, mentre noi dentro la base siamo rimasti relativamente al sicuro fino al 13 luglio quando gli olandesi ordinarono ai rifugiati di uscire”. Tra questi c’erano anche il padre e il fratello di Nuhanovic e il 5 luglio un tribunale civile olandese, ha stabilito che “lo stato olandese è responsabile della morte di questi uomini in quanto il battaglione olandese non li avrebbe dovuti consegnare” alle truppe serbo-bosniache.

La passività e gli errori con le quali le truppe olandesi risposero all’offensiva delle truppe di Mladic, è da allora una ferita aperta per l’Olanda, ma i familiari delle vittime hanno presentato denunce anche contro le Nazioni unite. Perché non venga dimenticata la tragedia che, secondo l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, “peserà sempre sulla nostra storia”, oggi sono arrivati a Potocari gli oltre sei mila partecipanti alla marcia della morte sulle orme, all’incontrario, dei 15.000 disperati che, dopo la caduta di Srebrenica, cercarono la salvezza a Tuzla, sotto il controllo delle forze governative. Scappando attraverso i boschi, furono decimati lungo il percorso in imboscate o nei bombardamenti dell’artiglieria serba e quelli fatti prigionieri giustiziati, mentre le donne e i bambini piccoli vennero deportati.