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“Demagogo”,  ”demagogia” e “demagogico” sono parole di uso corrente nel linguaggio politico, soprattutto in democrazia. Chi se ne serve lo fa sempre con intento polemico, per screditare l’avversario. Eppure, il significato di “demagogo” è ambiguo e, rispetto agli altri concetti politici generali, molto meno studiato. A offrirci un’opportunità preziosa di capire meglio il demagogo e la demagogia c’è ora un libro di grande valore, L’eterno demagogo (Torino, Aragno) appena pubblicato da Andrea Bocchi, ricercatore a contratto presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Grazie a un rigoroso lavoro di ricerca storica – arricchito anche dalla scoperta di un inedito testo del Trecento di Cristiano da Camerino – Bocchi ritrova e ci ripropone le caratteristiche fondamentali del demagogo.

Prima fra tutte che il demagogo è il frutto velenoso della democrazia, il segno più evidente della sua corruzione o patologia. Nasce infatti, e prospera – come ricordano Aristotele e i commentatori medievali – dove il popolo è sovrano e si riunisce in assemblea per deliberare delle leggi e dei magistrati. E proprio nell’assemblea gli uomini che sanno parlare con efficacia persuasiva riescono a diventare guide, portavoce e capi del popolo. Li aiuta una voce non tonante, ma accattivante, e la capacità ipnotica. La loro tecnica di persuasione è l’adulazione: “L’adulatore magnifica il merito di qualcuno per essergli gradito e per esserne onorato. E poiché in questo tipo di governo vi sono alcuni che parlano del gran merito del popolo, quando affermano che tutto deve essere riportato al popolo, e che tutti sono uguali, ecco che in questo governo gli adulatori, cioè i capipopolo, sono onorati e apprezzati. E il popolo che così governa è come i tiranni nelle monarchie assolute” (p. 68).

Con le sue arti, il demagogo concentra nelle sue mani un potere immenso. Per questa ragione, ci spiega Bocchi, il demagogo è stato sempre giudicato una figura eversiva e guardato con sospetto. Eversivo, ma non necessariamente illegittimo. Fonte del suo potere è infatti il popolo, e in democrazia il popolo è sovrano legittimo. Ma è altrettanto vero che il popolo adulato, eccitato e sedotto dà al demagogo un potere che lo rende più forte delle leggi e vero signore della città.

Due sono i principali ostacoli che si oppongono all’ascesa e al trionfo del demagogo: le leggi e i cittadini migliori: “In quelle città in cui vige la democrazia nel rispetto della legge, lì non ha spazio il demagogo, perché in esse la legge governa in ogni aspetto; e in esse sono i migliori cittadini ad essere collocati nelle posizioni di rilievo, e non vi è alcun bisogno del demagogo” (p. 61). Quando invece in una democrazia sono i peggiori (in senso morale e nel senso di incompetenti) a governare, e le leggi sono calpestate, allora il demagogo ha buon gioco ad affermarsi dicendo al popolo che è tempo di affermare tutto il proprio potere e cacciare gli incapaci dal governo.

Oltre ad attaccare le leggi e i migliori cittadini, il demagogo incoraggia il popolo a vivere secondo il suo arbitrio e seguendo le sue passioni: “Gli espedienti cui fanno ricorso i tiranni sembrano tutti democratici: valga l’esempio della licenza accordata agli schiavi – scriveva Aristotele – alle donne e ai bambini, e la concessione di vivere ognuno come vuole; una siffatta costituzione avrà molti appoggi, perché i più preferiscono vivere disordinatamente che saggiamente” (p. 79).  Abituato a vivere senza regole e senza doveri, il popolo non critica i comportamenti sfrenati del demagogo, anzi, li ammira, e rivolge il suo odio verso coloro che proclamano che le vera vita da cittadini è vita secondo saggezza.

Uno dei pochi casi di uso positivo del concetto di demagogia si trova in Gramsci, che distingue fra la demagogia deteriore, in cui il capo si serve delle masse popolari sapientemente eccitate per i suoi fini particolari, e la “demagogia superiore”, in cui il capo aiuta le masse a realizzare come protagoniste attive i loro fini di emancipazione e, anziché presentarsi come insostituibile, cerca di creare uno strato di dirigenti che possono prendere il suo posto (p. 249).

Nella sua ricerca Bocchi si ferma anche ad esaminare i modi per contrastare il demagogo che gli scrittori politici repubblicani e liberali hanno proposto nel corso dei secoli. Uno di questi è la sana diffidenza per chi proclama “lasciate fare a me che sono bravo e buono, e avrete buone leggi” e per i legislatori improvvisati che credono che governare sia un gioco da ragazzi. Un altro è la diffusione dell’istruzione pubblica. Lo stesso Adam Smith, nel saggio sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni, spiegava che più gli strati inferiori del popolo sono educati, meno sono soggetti alle delusioni dell’entusiasmo e della superstizione che portano, nelle nazioni ignoranti, ai peggiori disordini.

Chi glielo dice adesso ai servi liberi che hanno studiato il liberalismo alla Bunga Bunga University che i liberali seri detestano i demagoghi come il loro signore e vogliono addirittura che il popolo sia educato?

Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2011