È indetto per domani 9 luglio lo sciopero territoriale della Filcams-Cgil. I dipendenti delle cooperative, circa 60mila in diverse regioni (Puglia, Toscana, Umbria, Lazio, Emilia Romagna) incroceranno le braccia per un intero turno di lavoro. Causa? L’andamento della trattativa del contratto nazionale della distribuzione cooperativa.

Il sindacato chiede di ritirare interamente i testi proposti, perché ritiene inaccettabile la proposta contrattuale delle cooperative, molto lontana dal contratto nazionale.

Il problema all’origine starebbe nel cambiamento di modalità gestionale delle cooperative, più simili a quelle di un’azienda privata che allo storico andamento dell’azienda.

Il precedente l’ha gettato un tavolo di commercio privato, avvenuto il 26 febbraio e non firmato dalla CGIL, che vedeva peggioramenti normativi nonché la minaccia della stessa tenuta complessiva del contratto. Quel che è peggio, è che ne è conseguito l’ulteriore aumento della differenza di costo del lavoro tra privati e cooperative.

“Su questa falsariga è stato ricalcato il documento che ci hanno proposto”, spiega Emiliano Sgargi, segretario regionale della Filcams, “La piattaforma proposta dalle cooperative ai sindacati all’inizio dell’anno, in occasione del rinnovo del contratto, aveva l’obiettivo di ridurre i costi per l’azienda in relazione ai costi del lavoro, sostenendo che i costi delle cooperative non sarebbero più sostenibili rispetto ai privati, pregiudicandone la capacità competitiva. Noi abbiamo un contratto che ha il costo complessivo del 3,6% in più. Non ci facciamo la guerra con i contratti dei privati – prosegue il segretario – Non avendoli condivisi sull’altro tavolo, a maggior ragione non lo accetteremo su quello delle cooperative”.

E dato che non esistono riduzioni di costi senza restrizioni, parte la deroga al contratto nazionale. In pratica, secondo le proposte sul tavolo, sarebbe possibile superare tutte le norme fissate dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro su organizzazione del lavoro, inquadramenti contrattuali, tipologie contrattuali, malattia.

Altro punto scottante della protesta sindacale, riguarderebbe la proposta sulla malattia: “Nell’arco di un biennio le cooperative garantiscono sei eventi pagati al 100%, i tre giorni successivi verrebbero rimborsati solo al 50%, mentre dal nono giorno in poi più nulla. Nel commercio privato è calcolato nell’arco di un anno: ogni nuovo anno hai tre giorni di malattia pagati e via discorrendo. Fa quasi pensare che sia migliore il contratto di commercio privato”. Il punto, spiega Vincenzo Mauriello delle Rsu “è che non ci hanno mai fornito un dato che comunicasse l’incidenza della malattia sull’azienda. Poi sono usciti con un 6-7% dei cosiddetti “furbi”, parificando gli assenteisti con il diritto alla malattia”.

Va precisato che si sta parlando delle cosiddette malattie professionali, cioè quelle patologie o fastidi cronici causati dalla ripetitività e dalla non rotazione delle mansioni: “Per fare un esempio i gastronomi sviluppano dolori al gomito e infiammazioni alla spalla, le cassiere alla schiena e via dicendo”. Ora, l’età media dei dipendenti coop è in aumento per motivi strutturali, dato che la maggior parte degli assunti risale agli anni 80. Questo però significa anche un aumento dell’insorgenza delle suddette patologie, a cui corrisponderebbe invece, secondo il contratto, una progressiva diminuzione della copertura. Secondo l’RSU si tratterebbe di “un vero e proprio investimento sulla malattia!

Altro punto critico: innalzamento fino a 40 ore lavorative per i neo assunti (che per inciso non corrispondere necessariamente a forza lavoro giovane a causa della crisi dell’occupazione). Questo aumenterebbe la mole di lavoro per un full time senza tuttavia aumentarne la retribuzione, e allo stesso tempo vedrebbe la riduzione della retribuzione dei contratti part time. Per il coordinatore RSU sarebbe senza ombra di dubbio “esplosivo per il tessuto sociale e lavorativo”.

Non da ultimo, a essere messe in discussione sarebbero proprio le relazioni sindacali: le cooperative chiedono che venga approvata la possibilità di poter non discutere, nei contratti di secondo livello, alcuni degli argomenti fondamentali, come per esempio l’organizzazione del lavoro e degli organici e la tutela della sicurezza dei lavoratori. In pratica: “Ridurre gli spazi della contrattazione, sottraendosi al confronto dei rappresentanti dei lavoratori”, esplica il segretario regionale, “questo lo trovo un po’ lontano dall’idea della partecipazione”.

Nell’immaginario comune, le cooperative dovrebbero essere non certo esenti alle lotte sindacali, ma quanto meno non esposte allo storico conflitto tra rendita aziendale del privato e riconoscimento dei diritti dei lavoratori. “Nell’immaginario comune, mi verrebbe da dire. Noi non contestiamo il fatto che sia necessario trovare soluzioni adeguate al cambiamento del mercato, di cui siamo ben consci – spiega Sgargi – ma rifiutiamo un impianto contrattuale volto alla riduzione del costo del lavoro e alla forza competitiva basata sullo stesso, rendendo inconsistenti contrattualmente i diritti dei lavoratori”.

Ma che cosa sta succedendo alle coop? “A settembre, in occasione della prima trattativa, che di solito è quella di carattere generale, più di presentazione che di trattazione, l’allora presidente dell’Associazione Nazionale delle Cooperative ha dichiarato: voi lavoratori non potete più pensare che il concetto della distintività cooperativa significhi migliori condizioni delle nostre imprese”. Una brusca virata per favorire la quantità degli investimenti al posto della qualità cooperativa verso i suoi dipendenti: “In sostanza dichiarava che avrebbero aperto un certo numero di strutture, quindi quello che mettevano sul piatto era sì l’occupazione, ma che non ci aspettassimo che a questo corrispondesse al mantenimento di certe condizioni contrattuali.”

“Bisognerebbe chiedere a loro quali siano le loro motivazioni per questa deviazione politica”, continua Sgargi, “li abbiamo interrogati più volte ma ci è stato risposto con motivazioni non complete, cioè riferite al contesto di mercato nazionale.  Ragionamento che non sta in piedi. Valutano che il contesto storico è cambiato e il mercato deve seguire, anche se la prima cosa che dovrebbero fare è confrontarsi  pubblicamente con i loro dipendenti. Storicamente il concetto stesso di cooperativa poggia su pratiche condivise, partecipate e gli obiettivi contrattuali sono contrassegnati dalla cooperazione della linea dirigente con i dipendenti. Per noi la cooperativa è ancora lavoro partecipato. Per loro, oggi, è dare una risposta ai soci consumatori. E questa, mi pare sia evidente è una scelta di natura politica”.

Ilaria Giupponi