Lo scrittore Petros Markaris

«C’ è la Marsiglia di Jean-Claude Izzo, c’è il mio Montalbano e poi c’è la Grecia di Markaris. Questo è stato il grosso passo in avanti fatto fare al romanzo giallo». Così Andrea Camilleri, tempo fa, presentava Petros Markaris, il padre del ruvido commissario Charitos della polizia di Atene. Reduce da un appuntamento alla Milanesiana, il settantaquattrenne giallista greco sta lavorando ad un nuovo romanzo, dopo la cosiddetta “Trilogia della crisi”, che sprofonda il suo commissario nella Atene dei nostri giorni, alle prese con la devastante crisi economica, la depressione, la criminalità. Qualcosa di apparentemente molto lontano dalla Grecia di Alexis Zorbàs. Lo raggiungiamo al telefono nella sua casa di Atene, durante una pausa nella scrittura.

Signor Markaris, chi sono i nuovi Zorba nella Grecia di oggi?

Non credo che ora come ora ci sia la possibilità di trovare nuovi Zorba nella società greca. Ma posso dire che in qualche modo tutta la Grecia oggi è un Alexis Zorbàs. Se pensiamo a quello che succede a Zorbàs è che perde tutto, non ha più nulla, e allora comincia a ballare sulla spiaggia. Questo succede nella scena finale del film. I greci hanno perso tutto. E non hanno cominciato a ballare, bensì a protestare, ma hanno fatto tutto proprio come Zorbàs. Evitando di trovare soluzioni realistiche, vivendo al di sopra delle proprie possibilità, agognando a una vita bella e spensierata. Trovo che la gente nel suo complesso sia molto vicina alla figura di Zorbàs, ma se cerchiamo dei nuovi Zorba, beh quelli non li possiamo trovare.

Un episodio accaduto poco tempo, in una taverna a Salonicco, piena di giovani greci. A un certo punto, mentre lo stereo suona del sirtaki, un ragazzo comincia a danzare al centro della sala, mentre i suoi amici battono le mani a tempo. Tutto molto genuino e spontaneo. Crede che le nuove generazioni sentano ancora il rapporto con la tradizione, in questo caso la musica e la danza, nella vita quotidiana?

Si, credo che esista ancora, non tanto ad Atene quanto in altre parti della Grecia, una tendenza, anche fra i giovani, ad esprimersi in particolare con la danza. Esiste ancora, sì, ma non come fino a una ventina o una trentina di anni fa.

Quali crede che siano invece oggi i miti e gli ideali dei giovani greci?

La gioventù ora sta vivendo una situazione difficilissima. La crisi ha colpito più duramente proprio le nuove generazioni, che cercano disperatamente lavoro e non lo trovano. Per questo credo che fra di loro la attitudine di Zorbàs di cui si parlava si sia un po’ persa: sono troppo impegnati a cercare di sopravvivere. Sono allo stesso tempo arrabbiati e scoraggiati.

Lei ha appena terminato di scrivere la “Trilogia della crisi”, in cui i problemi economici della Grecia di oggi entrano pesantemente nei romanzi. Vede dei caratteri tragici in questa situazione?

Si, e non a caso anche le tragedie antiche erano trilogie: pensiamo all’Orestea di Eschilo. La mia scelta non è casuale.

Lei ha scritto però che il punto di contatto tra la Grecia moderna e quella antica non è la filosofia o la tragedia, ma la vita di tutti i giorni e in questo senso ha citato una commedia, il Pluto di Aristofane.

L’ingegnosa idea di Aristofane è stata quella di rendere Pluto, il dio della ricchezza, cieco. Nell’opera tutti cercano di tirarlo dalla loro parte e lui è incapace di difendersi. Oggi è proprio così, tutti cercano di tirare la ricchezza dalla loro parte e questa, essendo cieca, rimane in balia degli eventi.

Lei sostiene che la Grecia ha perso la “cultura della povertà”, lo fa dire spesso anche al suo commissario. Cosa intende?

La Grecia è sempre stata un Paese povero. Lo è stata fino al 1981, quando non è entrata nella Cee. Avevamo poche risorse ma questa povertà aveva un alto valore culturale. I greci avevano una grande dignità nel loro vivere con poco. E quel mondo, povero, ha prodotto i nostri più grandi talenti del mondo della cultura e dell’arte. Questa cultura della e nella povertà era molto familiare ai greci. Quello che invece non conoscevano, e non conoscono tuttora è la cultura della ricchezza, la cultura dell’essere ricchi.

Oggi la cultura è quindi più povera?

Non più povera, ma sottosviluppata. La cultura della ricchezza sta sottosviluppando la Grecia: i Greci non conoscono la cultura della ricchezza, che pur esiste. L’unica cosa con cui riescono a rapportarsi in questo senso è il consumo.

Come vede il futuro della suo Paese?

Ve lo dirò (dice ridendo, nda) se sopravviviamo ai prossimi tre anni. E’ molto difficile dire qualcosa di diverso ora…

Federico Simonelli