Si è chiusa con un accordo giudiziale la causa intentata a Maserati da Eugenio Scognamiglio, l’ex delegato di Fiom licenziato nel dicembre 2008, reintegrato in via cautelare l’anno scorso, ma tenuto fuori dalla fabbrica come i tre operai della Fiat di Melfi, stipendiati senza poter lavorare. Nel verbale di conciliazione il metalmeccanico rinuncia al reintegro dietro un risarcimento per danni patrimoniali e biologici che sommato a contributi e spese legali supera i 100mila euro. Scognamiglio, napoletano, 42 anni di cui sei passati ad assemblare motori Maserati, non poteva continuare così: lo stress crescente, uno sciopero della fame, la frustrazione di essere pagato per non lavorare, il passo lento della giustizia. La mattina del 21 ottobre scorso salì sul cornicione del parcheggio multipiano sovrastato dalla torre del Tridente, a due passi dal centro di Modena, gettando nel panico compagni e clienti che provavano i bolidi una ventina di metri sotto. Fu salvato dai vigili del fuoco. Ora comincia una nuova vita, rilevando un bar sulla via Emilia da gestire con la figlia, diplomata alla scuola alberghiera di Serramazzoni.

La transazione chiude una partita scomoda anche per la controllata Fiat, alle prese con le polemiche sul futuro incerto dei 700 lavoratori modenesi. La linea dell’ad del Lingotto Sergio Marchionne è chiara: produrre il nuovo Maseratino nello stabilimento di Grugliasco, sottoposto alla cura Pomigliano per sfornare 60mila auto l’anno a fronte di una capacità che a Modena, anche passando da due a tre turni, non supererebbe le 15mila vetture (oggi sono 5mila). La Fiom teme un lento prosciugamento, con conseguenze negative anche per la Ferrari (nelle cui carrozzerie si montano le scocche e i motori Maserati), ed è tornata a scioperare a fine giugno per chiedere un piano industriale e il premio di risultato. In questo senso potrebbe diventare un segnale di disgelo questo accordo, inizialmente fumo negli occhi per gli opposti ‘falchi’.  Eugenio Scognamiglio capeggiò il corteo interno contro il mancato rinnovo di 112 precari nel dicembre 2008.

Accusato di aver aggredito una guardia e forzato la porta di un dirigente durante le proteste, fu licenziato in tronco e querelato per violenza privata, minacce e lesioni. Nel marzo 2010, dopo alcuni giorni in sciopero della fame, l’ex delegato assistito dall’avvocato della Fiom Ernesto Giliani si vide accogliere il reclamo d’urgenza. Ma la gioia durò l’espace d’un matin. Il reintegro disposto in via cautelare da parte del giudice del lavoro in composizione collegiale (la prima istanza fu respinta) non è stato ottemperato: Scognamiglio ha continuato a ricevere lo stipendio ma non ha potuto rimettere piede in azienda. Un caso simile a quello dei tre metalmeccanici della Fiat di Melfi, reintegrati però da una sentenza di primo grado. A loro si rivolse il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “E lesivo della vostra dignità percepire lo stipendio senza lavorare – disse il capo dello Stato – le sentenze vanno rispettate”.

In autunno Scognamiglio, in preda allo sconforto, arrivò a minacciare il suicidio sul tetto della Maserati. Era sfiduciato dopo l’archiviazione del procedimento penale per falsa testimonianza a carico di un dirigente e di due vigilantes, smentiti nelle versioni rese al processo civile ma salvati dall’impostazione per cui il reato – scrive il Gip – è configurabile non nel contrasto «tra il fatto rappresentato con quello accaduto» ma con la «percezione dello stesso». Ora, con una sentenza del giudice del lavoro lungi da venire, due firme sotterrano le cause e riconoscono il risarcimento che permette a Scognamiglio di voltare pagina. Nei prossimi giorni inaugurerà il bar in via Emilia, dove sfrecciano quei gioielli della motor valley per cui scelse di emigrare vent’anni fa. “Il mio lavoro era in Maserati e le mie ragioni sono dimostrate dall’ordinanza di reintegro in via cautelare – dice al fattoquotidiano.it – ma non avrei potuto aspettare chissà quanti anni per un verdetto definitivo. Ringrazio i compagni di Fiom e la stampa che ha seguito la mia vicenda. Non potevo prendere uno stipendio senza lavorare, prima di tutto vengono la famiglia e la dignità”.