Ormai è ufficiale, tanto più che in questi casi, come noto, il potere decisionale resta una prerogativa dei mercati. La Grecia è andata e non c’è modo di recuperarla. Mentre Francia e Germania discutono le varie possibilità di eutanasia debitoria – reprofiling, rollover, restructuring e così via – gli operatori finanziari hanno emesso la loro sentenza. Senza appello. La probabilità che Atene dichiari bancarotta da qui a cinque anni è pari ormai all’80,6%. A renderlo noto Cma Datavision, insieme alla collega Markit la principale società di monitoring del mercato dei derivati extra borsistico. La relazione trimestrale resa pubblica ieri parla chiaro: la Grecia è clinicamente morta e il Portogallo rischia seriamente di ritrovarsi disorientato in un labirinto senza uscita.

Nel corso dell’ultimo trimestre il costo di assicurazione dei crediti con Atene è riuscito nella clamorosa impresa di raddoppiare. Il prezzo dei Credit default swaps sulle obbligazioni a cinque anni emesse dalla Grecia è schizzato a quota 2.100,3 punti base contro i 1.037,2 registrati a inizio aprile. In sintesi: chi ha assicurato tre mesi fa 10 milioni di controvalore sui bond ellenici quinquennali ha pagato poco più di un milione, già di per sé una cifra mostruosamente alta. Chi lo ha fatto al 30 giugno scorso, ovvero una settimana fa, ha dovuto sborsarne 2,1. Dati alla mano si parla di un +102,5% nello spazio di tre mesi, un aumento senza eguali.

Il prezzo dei Cds, ovviamente, resta uno degli indicatori principali dello stato di salute contabile di una nazione. Se non altro per la sua capacità di misurare la fiducia del mercato. Proprio per questo l’espansione senza controllo del prezzo dei derivati assicurativi finisce per ribadire quel concetto che è ormai chiaro agli analisti di tutto il mondo e a quella classe di politici e regolatori europei che ancora fanno finta di credere nelle possibilità di recupero della disgraziatissima repubblica ellenica. Secondo Cma, il dato sui costi assicurativi si tradurrebbe per la Grecia in 8 possibilità su dieci di fallire entro il 2016. Per capire la gravità della situazione bastano pochi paragoni: il Venezuela, secondo in classifica per prezzo dei Cds, ha una probabilità di default di poco superiore al 51%, contro il 47% circa di Portogallo e Irlanda. L’Italia viaggia a quota 14,3% contro il 20,8 della Spagna. La Norvegia, il Paese più “sicuro” del Pianeta, ha meno di 2 possibilità su cento di dichiarare default. L’Argentina, un evergreen del rischio sovrano, ne ha circa 1 su tre.

I dati resi noti da Cma certificano almeno un paio di conclusioni. La prima è relativa alla valutazione delle politiche di salvataggio messe in atto dalla Bce, una sorte di replica dei piani di soccorso delle banche realizzati all’inizio della crisi con il coinvolgimento forzato dei contribuenti. Se la strategia di sostegno al settore privato si è rivelata ad oggi sostanzialmente vincente (seppure con la spada di Damocle dei titoli tossici tuttora in via di smaltimento), quella di aiuto agli Stati sovrani ha costituito un totale fallimento.

Grecia e Portogallo hanno ricevuto decine e decine di miliardi di euro di finanziamento ma il mercato non ha espresso fiducia. Niente investimenti significa recessione, recessione significa riduzione del Pil e deterioramento del rapporto di quest’ultimo con il debito. In sostanza, il denaro ricevuto è servito a malapena per pagare gli interessi su quei titoli di Stato che, presto, potrebbero valere meno della carta su cui sono stampati. Il declassamento del rating portoghese in area junk rappresenta “l’inizio della fine”, ha scritto oggi sul Guardian il columnist finanziario Phillip Inman secondo il quale per l’Europa sarebbe giunto ormai il momento di ammettere che i bailout di Atene e Lisbona (concediamo ancora il beneficio del dubbio a Dublino) rappresentano nient’altro che una scommessa ormai perduta. Difficile dargli torto.

Il secondo ordine di problemi riguarda invece la liquidazione del mercato parallelo dei derivati, ovvero di quegli stessi Cds che sono proliferati con la crisi dei debiti. In Europa, come detto, nessuno se la sente di dare il via libera alla bancarotta vera e propria (quella in stile Buenos Aires, per intenderci) preferendo al contrario alcuni eufemismi di mercato come l’ormai celebre rollover che tanto piace a Parigi. Il problema, però, è che una rinegoziazione che implichi non solo un allungamento delle scadenze ma anche una perdita sui premi originariamente accordati costituisce per definizione un default.

A chiarire il concetto ci ha pensato in questi giorni Standard & Poor’s, promettendo di declassare i titoli rinegoziati in area “D”. Il downgrade aprirebbe la strada a una nuova ondata di problemi: il primo riguarderebbe la Bce che a quel punto non potrebbe più accettare i titoli ellenici come collaterali; il secondo chiamerebbe in causa le banche americane alle quali i creditori europei di Atene potrebbero chiedere la liquidazione dei Cds. Ma siamo sicuri che un default “controllato” possa essere assimilato a una bancarotta vera e propria? E’ davvero certo che gli istituti americani accetteranno di subire importanti perdite di fronte a una situazione ancora poco chiara? Insomma, si tratta di stabilire se le grandi banche Usa saranno disposte a pagare oppure se inizieranno a dare battaglia come ogni compagnia assicurativa “che si rispetti” per la quale, ovviamente, il cliente non ha mai pienamente ragione. Il dubbio resta, e a oggi è difficile sperare in un chiarimento.