Negli scorsi giorni mi sono imbattuto in due frasi che mi hanno fatto mancare l’aria.

La prima è di Pier Paolo Pasolini, che parlando del ’68 diceva: “La principale caratteristica di questi giovani contestatori è di essere «sottosviluppati» sul piano culturale. Di qui a fare della propria ignoranza una specie di ideologia, il passo è breve: la mitizzazione del «pragma» (organizzativo) che ne deriva, è poi l’atteggiamento richiesto dal neocapitalismo: un buon tecnico deve ignorare il passato; deve amare soltanto il «fare». Distruggendo la propria cultura, la massa informe dei contestatori distrugge la cultura della società borghese: ed è quello che la società borghese oggi vuole”.

La seconda è di Luciana Castellina, dell’8 marzo 2011, intervistata da L’Unità“I ragazzi sembrano dei rottamatori, non gli interessano né il passato né il futuro. Il presente è l’unica dimensione e Internet dà l’illusione che non ci sia nulla da scoprire. È drammatico”.

Restando alle parole di due pilastri della storia e della cultura italiana, sono un mostro. E come me, tanti altri. C’è qualcosa che però sfugge a ogni analisi e che va raccontata, o almeno sviluppata. Perché la nostra generazione ha bisogno di raccontarsi, perché c’è un filo che ci tiene insieme, perché siamo uniti, molto più di come ci descrivono, ed è giusto dirlo a noi stessi. Perché ci sono troppe cose che sono difficili da capire, ancor di più da spiegare, ma provarci è un esercizio utile per costruire un’identità comune.

I ragazzi che sono nati dopo il 1980 hanno conosciuto una sola Italia. Non pensiamo al passato perché non lo abbiamo mai vissuto. Non conosciamo una storia diversa da quella in cui siamo stati protagonisti (meglio, spettatori) e leggere, studiare, ascoltare ciò che è stato dai nostri parenti, da amici, conoscenti, giornalisti e scrittori più grandi di noi non potrà mai essere la stessa cosa.

Conosciamo solo il Paese governato da Berlusconi. Non conosciamo l’alternativa perché negli anni in cui non ha governato il premier la differenza è stata, per noi, nulla. Non sappiamo cos’è meglio, così come non sappiamo cos’è peggio perché non conosciamo niente di diverso. Non abbiamo ricordi di guerre, né reali né fredde. Non si può dire che le nostre condizioni di vita siano, nel complesso, disagevoli, e pur avendo visto e sentito il calo del tenore di vita delle nostre famiglie, non ci è mai mancato niente. Ed è forse questo il motivo per cui non siamo mai scesi in piazza con continuità.

Non pensiamo al futuro perché sappiamo di non averlo. È difficile immaginarsi fra 20 anni quando è impossibile sapere dove saremo fra tre mesi. La precarietà è una condizione prima contrattuale e poi esistenziale: quando riusciamo a mettere qualche soldo da parte, non abbiamo la possibilità di investire perché sappiamo che il contratto, la “fortuna”, potrebbe finire da un momento all’altro. E non tornare mai più.

Chi va via spesso non vuole più tornare, perché tornare li fa sentire stupidi. E chi torna sa di dover rinunciare a parti significative della propria felicità individuale per metterle a disposizione della comunità. Eroi senza volerlo.

È vero, siamo sottosviluppati dal punto di vista culturale per tutte queste ragioni. Quando c’è da sopravvivere non c’è tempo per studiare, per leggere, per divertirsi. Chi studia è perché se lo può permettere. Chi ha curriculum solidi, grazie alla formazione dell’eccellenza, gode della possibilità che la famiglia offre loro di formarsi, vivere fuori, non avere preoccupazioni di sorta. Ed è un sistema che si autoriproduce sempre uguale. I ricchi restano ricchi, i poveri restano poveri.

È vero, il sistema capitalistico ha grande vantaggio nel tenerci in questa situazione. Molti dei miei coetanei cedono alla prime lusinghe: davanti alla possibilità di sistemarsi per tutta la vita (o davanti all’illusione di poterlo fare) e magari dopo aver vissuto anni di stenti, di rifiuti, di incredibili e incomprensibili ostacoli alla propria carriera, mollano i propri convincimenti, i propri valori, e lavorano per chi, in condizioni “normali”, criticherebbero, contesterebbero, attaccherebbero.

Chiunque sia oggetto di ricatto è più debole, e noi siamo sempre sotto ricatto. È difficile decidere di camminare o predicare nel deserto, di rinunciare allo stile di vita dei propri coetanei per mantenersi integri e per “combattere il sistema”; è quasi impossibile dire sempre no e accettare una vita da precario. È più facile prestare i propri servizi al primo che capita.

Da qualche mese, però, sembra essere cambiato tutto. E gli schemi con cui i grandi descrivono i meno grandi mostrano la corda. Improvvisamente siamo sfuggenti, talvolta strafottenti. Ci chiamano indignati perché è più facile descriverci come portatori di un sentimento negativo e distruttivo. Ci etichettano con ciò che hanno ascoltato altrove, perché non ci conoscono, non si sono mai occupati di noi e dunque ora non si spiegano cosa sta cambiando: non sanno perché siamo tutti su Internet, perché in tanti sono tornati ad appassionarsi di politica e lottano per difendere i beni comuni; perché parliamo tutti di destra e sinistra, perché abbiamo di nuovo fiducia.

Finalmente non dobbiamo più dipendere dalla politica: se ci ascoltano, bene, se non lo fanno, facciamo da soli. E non c’è violenza nelle nostre parole, ma solo feroce determinazione. Perché noi vogliamo avere un passato, vogliamo metterci alle spalle questa Italia, e vogliamo un futuro, vogliamo un’orizzonte; vogliamo una cultura, un senso di comunità, che faccia sentire uniti tutti, come ci sentiamo noi in questi mesi.

E finché non avremo tutto questo, non molleremo. Fatevene una ragione.