Frattura della mano sinistra. Otto costole rotte. Un polmone perforato. Molti denti persi. Mark Covell rimase in coma per quattordici ore e, solo grazie ai medici, non fu arrestato e portato a Bolzaneto. La sua colpa? Quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: a Genova, davanti alla Diaz, la sera del 21 luglio 2001. “Don’t clean up this blood” qualcuno scrisse su un foglio, alla Diaz, dopo il massacro. Non lavate questo sangue.

Vorrei credere che ormai i fatti di Genova siano storia e che per questo non ci sia bisogno di ribadire le responsabilità di quella repressione, ma non è così. Non solo, infatti, non  si riconosce la repressione del dissenso pacifico, ma, da allora, si è rafforzata ancor più l’idea che manifestare, per un’idea o contro qualcosa, non sia più un diritto inviolabile sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Insomma, manifestate, sì, ma a vostro rischio e pericolo e, possibilmente non disturbate né il manovratore né i passeggeri di questo treno che si dirige ad alta velocità verso il baratro.

E oggi, a due anni dalla sua improvvisa scomparsa, mi torna in mente Beppe Cremagnani. Lo avevo conosciuto ad un incontro sulla mafia al nord, insieme a Nando dalla Chiesa. Non avevo mai preso la parola in pubblico e ci provai quel giorno, una calda giornata dell’aprile 2009, con una domanda sul “che fare?” che iniziava, per rompere il ghiaccio, con l’ingenua premessa che, se c’era un mestiere che avrei voluto fare da grande, era proprio quello di giornalista. Alla fine dell’incontro, mi avvicinai con il cofanetto del suo documentario: mi regalò una splendida e affettuosa dedica, che custodisco gelosamente.

Insieme a Beppe Cremagnani ripenso a quel documentario, che pubblicò con Deaglio e Portanova: Governare con la paura. Cioè l’uso sistematico della retorica della sicurezza, dell’aumento delle forze dell’ordine, della militarizzazione del territorio. Un’analisi senza qualunquismo, senza A.C.A.B., ma con lo sguardo attento dei giornalisti liberi, in grado, come l’intellettuale pasoliniano, di dare un quadro d’insieme a pezzi di storie tra loro distanti. Perché Genova è indissolubilmente legata a Vicenza, a Brescia, a Chiomonte. E non capire il passato, perdere il vizio della memoria, porta a non comprendere il presente e a lasciare il proprio futuro in balìa delle decisioni altrui.