Negli Usa, diversi studi hanno evidenziato come nell’ultimo ventennio il tasso di criminalità sia diminuito. Gli studiosi, però, non riescono a comprenderne le cause. La diminuzione maggiore si è riscontrata nelle grandi città, segnatamente nei sobborghi (quelli definiti da sempre pericolosi), in contrasto con tutti i luoghi comuni imperanti (anche da noi).

Qualcuno ha ipotizzato che la legalizzazione dell’aborto abbia ridotto il numero di figli non desiderati, i quali sarebbero stati quasi certamente arruolati dalla malavita. Altri, invece, hanno spiegato il fenomeno con la tendenza statunitense alla carcerazione massiccia che avrebbe praticamente tolto dalle strade la maggior parte dei delinquenti. Altri ancora hanno suggerito che l’inasprimento delle pene contro i reati ha finalmente dato i suoi frutti.

Poi, si è notato che al peggiorare delle condizioni economiche (crisi e aumento della disoccupazione), si sono registrati sempre meno crimini. Inoltre, la correlazione tra minoranze e/o categorie sociali a rischio (poveri, neri, ispanici e immigrati) e crimine è diminuita costantemente. Così com’è diminuita la correlazione tra crimini e densità degli abitanti nelle periferie delle metropoli.

Insomma, cosa mai è successo? Il Wall Street Journal ha suggerito che il mistero potrebbe essere spiegato con un cambiamento culturale. Difatti, durante la Grande Depressione la gente ha cercato di “controllarsi” collettivamente, mentre in un periodo di prosperità come gli anni ’60 ha preso il sopravvento l’espressione individualista, più aggressiva e prepotente. Alla Carnegie Mellon University hanno pure ipotizzato il cosiddetto “effetto Obama”, secondo il quale i giovani maschi di colore avrebbero innalzato il loro tasso di ottimismo globale nei confronti del loro futuro.

Ma c’è un’ultima e, forse, più importante evidenza: la pressoché assenza del tasso di correlazione tra crimini e popolazione immigrata. Nelle periferie in cui la differenziazione etnica degli abitanti è maggiore, il tasso di criminalità pare scomparso. “Gli immigrati sono buoni vicini”, si legge nell’articolo di The Atlantic, i cui dati sono alla base di questo post. La loro voglia di riscatto li rende laboriosi e pieni di buona volontà e ottime intenzioni. Il fenomeno, come abbiamo visto, non è facile da interpretare completamente, ma di certo la diversità gioca un ruolo fondamentale, si legge in fondo all’analisi.

Ognuna delle ipotesi sopra esposte sembra poter trovar credito, ma, tutto sommato, è il risultato che conta. Anche perché un basso tasso di delinquenza rende più abitabili e – quindi – felici le cittadinanze. Un’apertura alla diversità, soprattutto etnica, pertanto, è uno degli indici predittivi della felicità urbana.

Ora, tocca spiegarlo alla Lega. Ma anche ad Alemanno.

di Marika Borrelli