Quando Davide Van de Sfroos, lo scorso febbraio, è salito sul palco del Festival di Sanremo con il brano “Yanez”, il dialetto comasco è stato sdoganato in tutta la Penisola con riscontri positivi inaspettati. Eppure, in passato, per il dialetto erano suonate le campane a morto in più occasioni. Colpa della globalizzazione e della multiculturalità che hanno sì chiuso le strade alla comunicazione dialettale, ma in alcuni ambienti, però, ne hanno risvegliato la passione. Mentre fino a una quarantina d’anni fa il dialetto veniva additato come l’antagonista rurale dell’italiano e associato alle classi più basse, ora la situazione è mutata. Il dialetto oggi vive una nuova alba e persino negli ambienti socioeconomici elevati e tra i giovani lo si può ritrovare così come in teatro, nella musica, nella letteratura e dove meno te l’aspetti. L’artista che oggi andiamo a conoscere è un cantastorie che usa la sua voce e il dialetto – quello della sua terra d’origine il salentino -, come strumenti di socializzazione della tradizione orale, per raccontare gli scenari in cui versa il Sud, le condizioni dei migranti, il razzismo e l’intolleranza, il peso delle politiche ingiuste nella distribuzione della ricchezza e delle risorse. Nel suo ultimo album “Sulu”, edito da AnimaMundi e Kurumuny, Dario Muci narra storie senza nostalgie, senza rimpianti, in fuga da ogni luogo comune del folklore e dedica il suo canto a chi è partito per fame o per sogni mancati.

“Sulu” è il tuo secondo album da solista. Ci racconti com’è stato concepito e cos’è che ti ha spinto ad addentrarti nella tradizione musicale meridionale?
Sulu è nato dalla voglia di raccontare “il mio Sud” , servendomi principalmente di canti tradizionali poco conosciuti, brani scritti da me su ispirazione popolare e canzoni scritte da poeti cantastorie, precisamente Rina Durante e Pino Veneziano. Accompagnato da pochi strumenti, che ricamano con semplicità e profonda sensibilità sulle parole, racconto un altro salento, un altro Sud, fatto di emigrazione sfruttamento, mala politica e altro. Ho voluto pubblicare Sulu in una nuova forma che ricorda molto il lavoro fatto dai cantastorie del meridione (Salvatore, Profazio, Del Re, Zurlo per citarne alcuni) che raccontano con i loro testi e la propria musicalità le storie della gente, della miseria e dell’emarginazione della stessa. Un lavoro quindi distante dalla retorica della pizzica, ma che appartiene comunque ad altre forme di espressività che il popolo ha usato e che anch’io uso per comunicare i sentimenti e le difficoltà quotidiane.

Cosa ti piacerebbe che l’ascoltatore percepisca delle tue canzoni? Qual è il messaggio che intendi comunicare con la tua opera?
Sulu dà voce ai soli, alle persone sfruttate, derise, agli ultimi, quelli che non contano. “Sulu” perché l’emigrazione o l’emarginazione ti portano a stare da soli ; “Sulu” perché in questi centocinquant’anni, il Meridione è sempre stato considerato tale. “Sulu” perché sono soli gli extracomunitari che lavorano in Italia, specialmente nel Sud, dimenticati dal governo nazionale e locale. L’importante è che a noi non manchino le angurie e i pomodori a tavola. Vorrei che l’ascoltatore percepisse dal mio lavoro la gravità dei problemi trattati, e vorrei dare spunto per una crescente indignazione di fronte a tutte le ingiustizie che ci circondano.

Giovani costretti ad emigrare mentre un nuovo razzismo (verso chi sta peggio) e un’intolleranza (verso i migranti che dai Paesi del Nordafrica cercano fortuna da noi) aumentano tra i benestanti. Quanto è simile l’Italia degli anni Duemila a quella che tu canti nelle tue canzoni?
Le dinamiche sono le stesse, c’è un’emigrazione di ritorno dei giovani meridionali verso il Nord o verso l’estero e, contemporaneamente, una schiavizzazione dei nordafricani, specialmente al Sud (raccolta dei pomodori a Foggia, delle angurie a Lecce…). Il diverso, anche semplicemente di altra nazionalità, viene sempre ghettizzato, sfruttato e maltrattato. I temi che affronto nelle mie canzoni, nonostante il passare degli anni sono sempre gli stessi, emigrazione (L’America), lotte contadine (Quistione Meridionale, sfruttamento (Tristu furese) …“cangianu li sunaturi, ma la musica è sempre queddha” (i suonatori cambiano, ma la musica è sempre quella).

Nell’anno dei 150 anni dell’Unità d’Italia il Paese non è che abbia festeggiato adeguatamente l’anniversario… Qual è il tuo pensiero al riguardo?
Avendo al governo gente che non capisce l’importanza dell’Unità, anzi segue l’idea di un bieco secessionismo, non ci si può aspettare festeggiamenti adeguati. Si dà importanza a feste istituzionalizzate e consumistiche e la popolazione quasi non ricorda più le conquiste fatte con il sangue dei nostri avi. I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia sono stati ricordati con superficialità; d’altronde la superficialità di chi ci governa non lascia dubbi…

Quanto è vicina alla tua idea di Italia, quella che andando alle urne ha manifestato il desiderio di cambiamento con i recenti risultati elettorali e i referendum?
Faccio parte di questo desiderio di cambiamento anche se il Sud farà sempre più fatica a cambiare. I referendum sono stati il risultato più importante per la grande partecipazione, nonostante il consiglio si andare al mare invece di votare per abrogare leggi che favoriscono pochi a scapito di molti. Le amministrative a Milano, Napoli, Cagliari… ci hanno fatto capire che i cittadini quando sono indignati, stanchi della mala politica, possono cambiare le cose. La cosa che mi rende più felice è che, nonostante decenni di dittatura mediatica, è possibile ragionare con la propria testa.