Qualche giorno fa un’amica mi ha segnalato un articolo sulla vicenda di un’azienda che ha deciso di licenziare solo le dipendenti donne, che “in questo modo possono stare a casa a curare i bambini”.
Il mio primo pensiero è stato: niente di nuovo sotto il sole.

Ho pensato a una serie di episodi quotidiani di discriminazione sul lavoro: domande su figli eventuali e progetti di maternità in fase di selezione per un impiego; firma di dimissioni in bianco; bassa qualificazione delle mansioni e di conseguenza guadagni (e poi pensioni) inferiori a quelli dei colleghi maschi.
Episodi forse meno espliciti di quanto accaduto in quell’azienda, ma accomunati dall’idea che il lavoro delle donne sia accessorio, secondario rispetto a quello maschile, e che, se costretti a sacrificare qualcuno, sia preferibile licenziare una donna piuttosto che un uomo.

Forse, se a parità di mansioni le donne guadagnassero quanto gli uomini, se più facilmente raggiungessero ruoli all’altezza della preparazione che le caratterizza in misura sempre maggiore, lo spreco di quelle competenze apparirebbe meno scontato.

Il mancato adeguamento dei salari, la scarsa valorizzazione delle eccellenze femminili, l’esaltazione del part-time, alimentano l’idea che in momenti di crisi occupazionale l’uscita delle donne dal mondo del lavoro sia in fondo senza perdite, per loro come per la società.

L’assenza di servizi a sostegno della genitorialità è un altro modo per ribadire che la sfera della cura rappresenta la prima responsabilità per una donna, con cui misurare ogni altra ambizione, desiderio o necessità.

Non importa se vogliamo lavorare, se ci siamo formate per una professione, se senza lavoro siamo costrette alla dipendenza economica e quindi ad una dipendenza anche emotiva e sociale.
Al momento della scelta l’uomo è un capofamiglia, attuale o potenziale, e gli spetta l’autonomia; la donna è una madre e una moglie, attuale o potenziale, e della sua autonomia si può fare a meno.
Ruoli che non corrispondono più alla realtà dei rapporti tra i sessi continuano a schiacciare uomini e donne su scelte già date.

Le donne stesse, a volte, tendono a introiettare questo messaggio e si rendono disponibili a farsi da parte per occuparsi della famiglia, anche perché una scelta analoga da parte del proprio compagno non sarebbe accettata socialmente con la stessa disinvoltura.

Certo, questa disponibilità alla rinuncia è oggi meno forte che in passato e credo tante lotterebbero e lottano per non farsi mettere alla porta.

Per ottenere giustizia, però, accanto a ciascuna a lottare dovrebbero esserci altre donne, altrettanto consapevoli e non impegnate a competere tra loro in una guerra tra povere, e tanti uomini, abbastanza onesti da riconoscerne il valore anche se il posto a rischio è quello di un’altra.