“Siamo come ciclisti pronti a partire, che guardano avanti, ma trattenuti per il sellino”. Solo pochi giorni fa Franco Bernabè, numero uno di Telecom Italia, ha sintetizzato in questo modo il suo stato d’animo. Il manager di Vipiteno si dichiara pronto a investire 9 miliardi di euro da qui al 2013 sulla rete internet a larga banda, infrastruttura decisiva per lo sviluppo del Paese, e lamenta di essere tenuto a freno dalle interferenze politiche. Il ragionamento potrebbe apparire stravagante. Telecom Italia è una società totalmente privata e opera su un mercato liberalizzato. Non è più monopolista e neppure, come molti continuano a credere, una concessionaria.

E dunque qual è il punto? Semplicemente, per la sua natura di detentrice della rete telefonica, vero e proprio sistema nervoso della società, Telecom è soggetta su molte materie a un forte potere regolatorio del governo e dell’Authority per le comunicazioni, istituita nel 1997 dal governo Prodi con la cosiddetta legge Maccanico. L’idea che Telecom possa essere chiamata a rendere conto ai tavoli “informali” della politica dell’eventuale ingaggio di un Michele Santoro nella sua tv, La7, non è dunque per niente dietrologica.

Basta guardare i fatti. Bernabè ha imparato a fare i conti con la politica fin da giovane, quando entrò all’Eni, società pubblica, che scalò fino al vertice. Nel 1998 fu il governo di centrosinistra e chiedergli di traslocare dall’Eni alla Telecom, benché la società telefonica fosse già privata. Pochi mesi dopo l’esecutivo guidato da Massimo D’Alema giocò un ruolo decisivo nel successo della scalata a Telecom di Roberto Colaninno, che estromise Bernabè, relegandolo per otto anni al settore privato vero e proprio. Nel 2007 Bernabè è stato richiamato al vertice di Telecom Italia. Nel frattempo era toccato a Marco Tronchetti Provera misurarsi con le pressioni politiche. Nel 2001, pochi mesi dopo l’acquisto di Telecom da parte della Pirelli, il direttore del Tg La7 Nino Rizzo Nervo, oggi consigliere Rai, fu brutalmente silurato a soli due mesi dalla nomina perché i vertici del gruppo telefonico si dichiararono intimoriti dalle continue (a loro dire) telefonate di protesta per i contenuti del telegiornale del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri. Nelle stesse settimane, abbiamo poi scoperto, il capo della security Pirelli Giuliano Tavaroli organizzava per Tronchetti il giro delle sette chiese della politica romana.

E dunque, cos’ha da temere Telecom dalla politica? Nel settembre del 2006 Tronchetti Provera si dimise clamorosamente dalla carica di presidente accusando il governo Prodi di aver architettato un piano per “espropriare” la società telefonica della rete, nazionalizzandola in cambio di denaro con cui Telecom potesse ridurre l’ingente debito. Era il famoso piano Rovati, dal nome di Angelo, consigliere di Romano Prodi a Palazzo Chigi, ma anche, si è poi scoperto, in ottimi rapporti con “mister P4” Luigi Bisignani. Cambiati governo, proprietà e management, la storia si ripete. Bernabè ha messo a verbale lo scorso autunno, davanti al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, di aver subito fortissime pressioni, soprattutto nel corso del 2010, per la cessione della rete.

La partita non è ancora chiusa. Al centro di tutto c’è la realizzazione della Next Generation Network (Ngn) la rete a larga banda del futuro, con 100 megabytes di portata, in grado cioè di sostituirsi alla rete televisiva via etere. Da un paio d’anni Bernabè lamenta di essere inchiodato dal governo Berlusconi, in primo luogo dal ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, a un “tavolo” infinito per mettere d’accordo i diversi operatori telefonici sulla nuova rete. “Riteniamo che la regolazione sia importante. Però riteniamo che un Paese non possa fermare tutto in attesa che si trovi la quadra, come dicono i politici”, ha detto Bernabè il 9 giugno scorso al Corriere della Sera. Se il governo punta in modo abbastanza trasparente a sottrarre al controllo di Telecom Italia la rete televisiva del futuro, gli strumenti di pressione, su questo e altri terreni, non gli mancano. Il braccio operativo più temuto da Telecom è l’Authority per le comunicazioni. È un organismo nominalmente indipendente, di fatto lottizzato: quattro membri alla maggioranza, quattro all’opposizione, il presidente al governo (l’attuale, Corrado Calabrò, fu nominato dal governo Berlusconi nel 2005). L’anno scorso uno dei membri, Giancarlo Innocenzi, fu costretto a dimettersi dopo le rivelazioni dell’inchiesta di Trani che lo vedevano impegnato a prendere ordini da Berlusconi su come far fuori Santoro dalla Rai. Ma è la stessa Authority che regola i complessi rapporti tra Telecom e i suoi concorrenti per il loro passaggio sulla rete dell’ex monopolista: un intrico comprensibile solo agli addetti ai lavori che definisce diritti e doveri di Telecom e il giusto pedaggio da far pagare ai concorrenti.

Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2011