L’hanno chiamata manifestazione “nazionale”, per sottolineare che il movimento No Tav non difende il proprio cortile, ma lotta per una causa comune.
Alla fiaccolata di Chiomonte del 26 giugno, poche ore prima dello sgombero della “libera repubblica della Maddalena” erano in diecimila e oggi saranno molti di più: gli organizzatori attendono almeno 30 mila persone, da tutta la Valle, da Torino, dalle altre regioni d’Italia e da mezza Europa (francesi, spagnoli, tedeschi e austriaci, molti dei quali già ospitati in un libero campeggio a Venaus).
La tensione – e non potrebbe essere altrimenti – è molto alta. L’area del cantiere della Maddalena di Chiomonte, operativo da sei giorni, è tuttora presidiato da 600 tra poliziotti e carabinieri.
La zona è off limits per tutti, compresi i proprietari delle vigne dell’Avanà che, ironia della sorte, furono impiantate grazie ai soldi dell’Unione europea elargiti vent’anni fa in compensazione per i lavori dell’autostrada Torino-Bardonecchia; gli stessi finanziamenti che – a rischio scadenza – hanno imposto lo sgombero dell’area e l’avvio del primo cantiere della futuribile Tav Torino-Lione.
Riprendersi l’area, come accadde nel 2005 a Venaus, non è possibile e la strategia No Tav, dunque, punta al logoramento: “L’assedio – proclama il leader Alberto Perino – continuerà fino a quando se ne saranno andati. Il nostro obiettivo è difendere la nostra terra. È stato facile con duemila agenti e altrettanti lacrimogeni occupare i terreni, un po’ più difficile sarà restarci e gestire il cantiere”.
Sarà un “assedio pacifico” giurano gli organizzatori, ma il timore di azioni violente purtroppo c’è. E in parte lo dimostra il fatto che i cortei saranno (almeno) due, oltre al presidio della zona di Chiomonte: da est il primo (appuntamento alle nove a Giaglione) organizzato dai comitati No Tav; da ovest il secondo (alla stessa ora a Exilles) promosso da 23 sindaci dell’Alta e della Bassa Valle e dalla Comunità Montana. Entrambi punteranno verso Chiomonte, ma il corteo degli amministratori terminerà al campo sportivo (“partecipiamo – dichiara il presidente della Comunità Montana Sandro Plano – per protestare contro il progetto della nuova linea ferroviaria, contribuire al mantenimento della legalità e del carattere non violento della manifestazione e per tutelare la pubblica incolumità”) mentre il corteo dei comitati (sicuramente il più numeroso) punterà verso la “zona rossa” che inizia alla centrale elettrica, là dove c’erano le barricate, all’imbocco della strada dell’Avanà, unica via d’accesso alla zona di cantiere.
Da lì, sicuramente, non si passa. I problemi, semmai, potrebbero arrivare dai boschi e dai sentieri intorno al viadotto della Ramat, dove le trivelle dovrebbero cominciare a scavare. “C’è un percorso ufficiale – raccontano dalla Questura di Torino – ma sappiamo che ci saranno almeno quattro concentramenti intorno alla zona della Maddalena, studiati apposta per raggiungere la zona del cantiere. Siamo pronti a fronteggiare qualsiasi tipo di incursione”. In tutta l’area le forze dell’ordine schiereranno più di mille uomini.
“Metteremo in campo intelligenza e creatività – garantiscono i comitati – vogliamo costruire un assedio, che significa circondare il territorio e ripetere quest’esperienza tutte le volte che sarà necessario, per dimostrare tutta che tutta la Val Susa, e non solo, non vuole quest’opera. Dal punto di vista del consenso il movimento No Tav ha già vinto. Si può dire che la nostra lotta sia il quinto referendum”.
Oggi a Chiomonte ci saranno anche il coordinatore regionale di Sel Monica Cerutti e il capogruppo al comune di Torino Michele Curto (in maggioranza con il Pd, da sempre favorevole all’opera): “La discussione va riaperta – dichiara Monica Cerutti – non sposiamo nessuna tesi preconcetta, ma dopo i risultati del referendum sarebbe utile un supplemento di confronto”.
Da Il Fatto Quotidiano del 3 luglio 2011













