Uno degli episodi più gustosi che un amico d’università amava raccontare nei quarti d’ora accademici, riguardava un suo zio paterno che verso il 20 aprile del 1945 ricevette una telefonata da un importante gerarca fascista. Sic et simpliciter lo nominava Federale di Bergamo in virtù dei servigi resi alla rivoluzione fascista e al suo Duce. Lo zio batté metaforicamente (ma forse nemmeno tanto) i tacchi, trepido d’orgoglio indossò l’alta uniforme e si precipitò (petto in fuori, pancia in dentro) alla Casa del Fascio per assumere la carica.

Non è dato sapere chi trovò ad accoglierlo nella sede, visto che i repubblichini più furbi, Mussolini e la Petacci inclusi, si stavano involando verso la Svizzera o il Sud America (o almeno ci provavano). Ma c’erano tanti per i quali la verità si identificava con la propaganda, e continuavano a credere, ad obbedire, anche se a combattere mandavano i ragazzi di venti anni e gli esaltati. L’idea che la fine fosse questione di giorni, che le bande partigiane ormai fossero alle porte non li sfiorava.

Il novello Federale era intimamente ancora convinto di poter vincere la guerra. Forse gli avevano detto che esistevano micidiali armi segrete, oppure gli avevano rivelato – guardandosi intorno con circospezione (il nemico, come oggi le Procure, era sempre in ascolto) – superiori strategie che avrebbero resuscitato la Blitzkrieg. Quale che fosse la verità il nostro si esaltava al pensiero che fosse finalmente giunta la sua ora tanto agognata, il momento in cui avrebbe fatto vedere a tutti che tempra d’uomo si nascondesse sotto la sua camicia ben stirata per l’occasione. Sarebbe stato lui finalmente a decidere e non a subire dopo tanti anni di piccolo cabotaggio e pernacchie appena voltava le spalle. A Bergamo e provincia lui era il martello mentre gli altri assumevano progressivamente le sembianze di chiodi.

Per fortuna sua quando lo catturarono si resero conto di che pasta fosse fatto e invece di fucilarlo, lo tennero in galera alcuni mesi. Poi con l’amnistia di Togliatti lo tirarono fuori. Non lasciò altra traccia nella vita pubblica.

Questa storia mi è tornata in mente vedendo le superstiti truppe acclamare Alfano, la testa più lucida del PdL (al netto dei trapianti). I tempi sono diversi, meno drammatici e il finale di partita è tutto da giocare. Quindi tutto sommato Angelino si trova in una situazione da 25 luglio (che ricorre tra poco) piuttosto che da 25 aprile, anche se le truppe nemiche sono sbarcate a Napoli e Milano, non in Sicilia. Sia come sia, può illudersi di resistere sulla linea gotica, dimentico del fatto che i successori designati da Berlusconi subiscono repentine parabole. In principio era Letta, poi venne fuori Tremonti, ora il Guardasigilli delle cause perse (l’ultima delle quali bocciata da oltre il 90 percento degli elettori). Ma se uno estende il ricordo a tutti i grand commis del berlusconismo finiti male o a pestare acqua nel mortaio si può comporre un battaglione. Pescando nel mazzo a caso, mi vengono in mente Dotti, Previti, Martino, Pera, Bertolaso, Stanca, Lunardi, Scajola, Brancher, e da ultimo il fido Bondi.

Ma per il momento l’enfant prodige rifulge (sia pur di luce riflessa). E quindi si è messo di buona lena per compiacere ancora una volta il padrone. Immemore del flop chiamato Partito dell’Amore, Alfano si vuole cimentare in un’altra “mission impossible”: creare (dal niente) nientemeno che il Partito degli Onesti. “Vaste programme” – come ribatté De Gaulle a chi gli gridava di eliminare gli idioti – specie con compagni di strada tipo dell’Utri, Verdini, Cosentino.

Io quindi mi permetto un modesto consiglio.Visto il materiale umano a disposizione si potrebbe cominciare da un obiettivo più a portata di mano: il Partito degli Ingenui. In fondo quelli che hanno acclamato Angelino sono tutti genuinamente convinti – e l’hanno confermato solennemente di fronte all’opinione pubblica con un voto in Parlamento – che Berlusconi quando telefonò alla Questura di Milano era in perfetta buona fede. Insomma Berlusconi dall’alto della sua eccezionale esperienza di statista era sicuro che la marocchina Ruby fosse nipote del presidente egiziano Mubarak. Così come è altrettanto sicuro che Alfano sarà il suo successore. Lo hanno persino sentito giurare sui suoi figli.