Qualunque cosa sia il berlusconismo, la fine è avvenuta alla Camera dei deputati alle cinque della sera del 29 giugno, quando un boato di grida e di applausi dell’opposizione ha salutato un voto che ha segnato il passaggio dal prima al dopo. Il prima è il ventennio berlusconiano (la mia opinione è che Berlusconi, a causa del poderoso conflitto di interessi, ha dominato sempre, anche durante i frammenti di buon governo di Prodi). Il dopo non sappiamo. Ma tutto è avvenuto quando ci si è accorti che una maggioranza disordinata e distratta mostrava molti spazi vuoti, che gli interventi o non c’erano o erano pro forma, che Bossi sedeva isolato al banco dei ministri, che la Lega si è divisa al suo interno, rompendo per la prima volta la disciplina perfetta.

Mentre duravano gli applausi dell’opposizione, Bossi, che non aveva altri leghisti accanto o vicino come sempre, ha dovuto spostare da solo le sedie già vuote dei ministri (erano corsi a rapporto da Berlusconi nella saletta detta “del governo”), ha dovuto chiedere alla Prestigiacomo, che invece era rimasta seduta, di spostarsi per lasciarlo passare (neppure l’ombra di un sorriso tra i due). E se ne è andato, per la prima volta, senza accompagnatori di amicizia, di corte o di scorta. La legge – detta “comunitaria” (apparentemente per far diventare norma italiana una serie di decisioni comunitarie, in realtà una truffa che comprendeva persino il tentativo di far passare la responsabilità civile dei giudici dal punto di vista del consueto imputato) era ovviamente importante, e ciò che è avvenuto, a causa di assenze inspiegabili (il voto negativo dell’opposizione) ha eliminato l’articolo uno, ovvero ha abbattuto tutto l’impianto di un cattivo e disonesto lavoro. Le vittorie fondate sul voto, in un Parlamento, vanno e vengono e ce ne sono state altre. Perché parlo di questa e dico che segna la fine? Perché si è capito che tutto avveniva senza guida. E si è visto per la prima volta questo spettacolo: invece dello scatto di rabbia e di orgoglio (le due parole care alla Fallaci sono state sempre la loro regola di condotta in casi di difficoltà) c’è stato un mesto “sciogliete le file”. Il capogruppo Cicchitto, noto per la sua veemenza, ha avuto poco da dire, e lo ha fatto come puro dovere. E poi c’è lo spettacolo dell’uscita di Bossi dall’aula che racconta molto di quel giorno. Anticipa anche la notizia – di nuovo, altrettanto inedita e sorprendente – della Lega che vota contro il decreto rifiuti nel Consiglio dei ministri di giovedì 30 giugno.

Siamo in tempi non epici. E il voto del Gran Consiglio del Fascismo su Mussolini e la guerra diventa un voto sull’immondizia di Napoli. Questa volta è impossibile ripetere la frase che ha reso celebre quell’evento, “la guerra continua”. Qui, anche se i tempi tecnici potranno essere un po’ prolungati, non continua niente. Il capolinea è qui. Penso che il fatto sia difficile da negare perché la sequenza del voto alla Camera e del voto al Consiglio dei ministri, la spaccatura con la Lega e la spaccatura dentro la Lega, mentre si vede bene che il Popolo della libertà va a pezzi (nella fretta è stata saltata la stagione delle correnti) siano tutte prove che la loro festa è finita. Però ci sono anche prove, se possibile, più pesanti. L’annuncio dato dal ministro Tremonti di una Finanziaria che cade, quasi tutta, non adesso ma in anni successivi, dimostra che, per forza, bisognerà dichiarare formalmente finita al più presto questa fase della legislatura berlusconiana. Altrimenti la Finanziaria pesante cadrebbe in pieno sulle spalle di chi governa adesso, e allora non avrebbe senso lo spostamento nel tempo della parte pesante della legge finanziaria.

Se tutto ciò è vero, e credo che sia molto difficile confutarlo, ci sono alcuni fatti, importanti e urgenti di cui bisognerà tenere conto. Il primo è la legge elettorale. Ci sono molti convegni e scambi di vedute e documenti esortativi, come quello di Libertà e Giustizia, firmato anche da Giovanni Sartori e Umberto Eco, ma nessuna iniziativa parlamentare o di partito. Per questo, proprio nel giorno della disfatta parlamentare di Berlusconi e Bossi, ho firmato, con molti altri parlamentari del Pd, una lettera che Arturo Parisi ha inviato a Dario Franceschini per chiedergli di impegnare subito il gruppo parlamentare di cui è presidente nel compito di dare al più presto al Paese una nuova legge elettorale, liberandoci dalla “porcata” Calderoli. Un secondo impegno urgente è di “consolidare” (come si direbbe in una azienda) la guida del Partito democratico. Non si tratta di mettere in discussione il buon lavoro di Bersani e i buoni frutti che ha dato, ma di aprire subito la strada alle primarie di cui si è tanto parlato, ma quasi solo parlato (salvo affidare le correzioni di percorso ai fatti della vita, nei casi recenti, fatti fortunati).

Ma non si può sempre sperare che le cose si risolvano da sole o con colpi di buona sorte. Ma un altro impegno urgente è di impedire che il Parlamento finisca nel vuoto di sedute dedicate al niente, oppure alla residua, ostinata ricerca di far passare ciò che resta, in punto di morte, delle loro “riforme”, cadendo nella trappola di un “bene comune”, che non esiste con l’attuale cricca di governo. Basterà tener presente che cade in questi giorni l’anniversario del G8 di Genova (che si è tentato di ripetere in Val di Susa) per ricordare a ciascuno di noi e a tutti i nostri concittadini quale era il percorso che avevano progettato per l’Italia e che, se potessero (vedi il ritorno di Scajola) tenterebbero ancora.

Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2011