L’incubo della crescita è una delle ossessioni del mondo contemporaneo e prende forma nella dittatura paranoide dello sviluppo. Non importa di quale crescita si tratti, se abbia un senso, l’importante è che “l’affare continui e la mazzetta giri”, che le “grandi opere” vengano appaltate, magari giustificate dal dare posti di lavoro, ma quale lavoro? A che prezzo? Lavoro che mentre si offre a qualcuno, nega spesso quello di altri e priva salute, benessere e la felicità del vivere.

Tutti gl’incubi del nostro tempo hanno origine nel mercato globale del Dio Denaro. Occorre un’anoressia dell’avidità, occorre uscire dalla bulimia moderna e contemporanea del progresso; il progresso è tempo che venga misurato sulla felicità che produce, non sull’angoscia del Pil. Ma per la crescita occorrono sacrifici umani al Pil, ecco la parola magica, il mantra dell’economia contemporanea: “Prodotto Interno Lordo”.

Il delirio della produzione si coniuga con la maniacalizzazione di uno sviluppo che non può aver tregua, costi quel che costi, perché la crescita produce ricchezza ma la ricchezza cosa produce? Perché alcuni dei popoli più felici producono poco? Dicevamo sviluppo, tecnologico, industriale, “della ricerca”, altra parola magica dell’imbecillità contemporanea. Picasso diceva: “io non cerco, io trovo”, allora via a nano e macro tecnologie, ma guarda caso nella crescita della quantità, la qualità del vivere e lo spessore dell’intelligere umano decrescono.

E’ in atto una tribalizzazione comportamentistica, etica ed estetica nel sociale che va verso un medioevo tecnologico. Tutto è in eccesso. Le strade invase da tir ed auto sono impraticabili, i morti per incidenti sono quelli delle guerre, mentre l’incoscienza amministrativa e politica continua nell’imperativo delle “grandi opere”. Opere che non servono a niente, come la Tav: “cetrioli e zucchine ad alta velocità nella tratta Lione-Torino”, non bastano gli aerei che portano a destinazione la verdura e i gamberetti con viaggi intercontinentali, ci vuole anche il ponte sullo Stretto, che da lavoro alla criminalità organizzata ed ai Bisignani dell’ultima ora.

E allora ecco apparire dall’incubo il Ministro Maroni, che a differenza di un tempo non dice più: “padroni a casa nostra” ma manganella i Valligiani della Val di Susa. E’ la Lega che voleva proteggere, sostenere, dar corpo alle identità dei territori, che voleva il federalismo, ora è il centro che nega l’identità delle periferie. E’ la democrazia dello sviluppo che avanza, schiacciando ogni dissenso, sventrando montagne, manganellando pareri contrari, insultando il buon senso. Vedremo come i partiti sapranno rispettare le opzioni popolari dei referendum.

Non si può “crescere” all’infinito! Pena la negazione della qualità della vita, della felicità d’esistere, dell’impossibilità di vivere un possibile, perché la grande angoscia contemporanea diffusa è quella di non vedere un possibile.

Tutto è calato in un “adesso, subito” della merce, nelle idiozie parlanti o pre-registrate dei grandi ribassi: “sono il call center delle grandi occasioni e ti romperò i coglioni fino alla morte”, “compra, compra, compra, anche il culo è nei saldi di fine stagione”. “Libera concorrenza” maschera di una finzione come questi partiti che si dichiarano governo e opposizione; ma perché per la Tav non hanno indetto un referendum, per sapere se c’era il consenso della popolazione, come hanno fatto in Francia?

E’ impressionante vedere in un mesto silenzio, la popolazione Valligiana avanzare nel buio della notte a lume delle fiaccole, accompagnando il feretro della democrazia umiliata dai vari: Mercedes Bresso, Cota, Fassino, dall’abbronzata supponenza di D’Alema e dalla tracagnotta veemenza polemica da cattolica sinistrata di  Rosy Bindi, che dopo i referendum sembrava che le firme le avesse raccolte lei. Da quel “Ferrini di Bersani” in “Quelli della notte”.

Credete sarebbe ancora Presidente del Consiglio quella caricatura ambulante dell’ottavo nano di Biancaneve con annesso parrucchino, se quelli del Pd avessero manifestato in questi anni vere alternative civili e sociali? Il fatto è che per non navigare a vista occorre aver coscienza di un disagio e di un malessere che questa contemporaneità comporta. Ma come possono sentire disagio e malessere questi politici, dato quello che percepiscono di denaro pubblico?  Come possono dimettersi dal Parlamento perdendo i privilegi che si sono assegnati?

Diceva René Guénon: “in quello che la modernità celebra come progresso, io colgo spesso una caduta, una decadenza profonda”.