di Eugenia Romanelli
Federico Solmi
dovrebbe essere un orgoglio del Belpaese e invece è un nostro esiliato. I perché sono a dir poco imbarazzanti, soprattutto se si va a ricostruire la storia della retrospettiva a lui dedicata. Doveva inaugurare sabato scorso alla Mole Vanvitelliana di Ancona: tonnellate su tonnellate d’arte realizzate in anni e anni di un lavoro certosino, riconosciuto di interesse mondiale col premio della Fondazione Guggenheim di New York.

E invece? “La mostra non si farà. Nonostante fosse tutto approvato formalmente, con tanto di firme e controfirme della Giunta comunale, l’assessore alla Cultura Andrea Nobili, all’improvviso, ha posto il veto per blasfemia”.

Le sue opere, fin dai tempi in cui vendeva multipli d’autore in serie limitata per la galleria d’arte on line Bazarweb, diretta dal critico d’arte Luca Beatrice, non sono mai state ruffiane, ma adesso sembra considerato un nemico del nostro paese: “Non è un caso che fosse un movimento culturale giovanile, trasversale e freak come BazArt ad ospitare il mio Rocco never die sul pornodivo Siffredi. In Italia non ho mai trovato ascolto a livello istituzionale, per questo vivo da vent’anni a New York”.

In ogni caso, qualcosa non torna: lei ha vinto, il Tar ha riammesso la sua mostra, come mai non si farà? “A settembre, proprio alla Mole Vanvitelliana, si terrà il XXV Congresso Eucaristico. Il mio video The evil empire parla male della Chiesa. Basta come risposta?”. No, perché c’è una sentenza in suo favore: “Certo. Ma guarda caso che l’assessore ha deciso di ristrutturare le sale che per contratto erano state riservate alla mia retrospettiva e quelle attualmente disponibili hanno un soffitto troppo basso per ospitare le mie installazioni”.

Ha dovuto ritirarsi? “Esattamente”. Quel video era già stato sequestrato in occasione di Arte Fiera nel 2009: “E’ vero che io tratto argomenti scomodi, non sono timido nell’esprimere ciò che penso di chi detiene il potere, parlo di personaggi di solito intoccabili anche dai giornali, critico senza peli sulla lingua i vizi delle società contemporanee, affondo nella pornografia, negli scandali finanziari, negli abusi di vario genere. Ma il privilegio di essere artista non è proprio quello di potersi esprimere liberamente? Io non lavoro per un committente né per un politico, semplicemente scavo creativamente su temi compromettenti. A New York, che è una città aperta a tutto, anche alle critiche, sono stato premiato per la mia tecnica. Qui vengo allontanato per i miei contenuti. Vivete in una dittatura”.

Guardando il video, non sembra che le sue provocazioni siano offensive: “Non le chiamerei nemmeno provocazioni. Parlo della storia di alcuni eventi che si studiano sui libri. Semplicemente lo faccio col mio stile, ossia con disegni animati che hanno un tratto satirico, graffiante. La tirannia di chi in passato si è approfittato del potere maltrattando la gente comune emerge in chi questi eventi li conosce e li riconosce”.

Che lei non sia interessato alla polemica e che rispetti i sentimenti del nostro paese lo dimostra il fatto che si è reso disponibile a ritirare The Evil Empire: “Io rispetto così tanto le persone che metto la mia arte al loro servizio: lavoro per criticare le ingiustizie, è ovvio che questo faccia scandalo”. Per fortuna possiamo vedere almeno un suo lavoro, alla Biennale di Venezia: “Anche lì, sono nel padiglione alternativo, Italians do it better, non in quello istituzionale che rappresenta l’Italia, curato da Vittorio Sgarbi”. Le dispiace? “Al contrario. Sgarbi fa politica, non arte”.

Fino al 27 novembre potremo dunque vedere l’opera più importante della sua carriera: “Douche Bag City è un’installazione neogotica di 15 panelli video che riformula la struttura e le scene a episodi dei nuovi video games, introducendo agli spettatori il personaggio di Dick Richman, un corrotto agente di Wall Street esiliato e mandato in un’infernale Babele in cui i criminali vengono torturati per i mali commessi nei confronti della società. Un lavoro di due anni che ho potuto produrre grazie ai soldi del premio Guggenheim. Alla Biennale di Santa Fe è stato un successo strepitoso”.