Nei mesi precedenti lo scoppio della guerra civile che sta tuttora spaccando in due il Paese, il fondo sovrano libico aumentò in modo significativo i legami d’affari con le major finanziarie e industriali europee, incrementando di dieci miliardi di dollari l’ammontare totale dei capitali gestiti tra il giugno 2010 e il settembre dello stesso anno.

Una serie di operazioni che interessò tra le altre anche la banca italiana Unicredit e il colosso energetico Eni e che avrebbe dovuto accompagnarsi, nell’immediato futuro, ad un progressivo disimpegno delle finanze libiche dagli investimenti complessi e speculativi. Responsabili, dati alla mano, di cattive performance finanziarie. Lo rivela un documento (scarica) pubblicato oggi in esclusiva da Global Witness, un’organizzazione non governativa di base a Londra. Il file, la cui autenticità è stata confermata da fonti interpellate dal New York Times, presenta una sintesi delle partecipazioni della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo statale di Tripoli, al 30 settembre scorso. Ovvero, circa quattro mesi prima dell’embargo finanziario imposto a Gheddafi dopo l’avvio delle ostilità interne.

Un passo indietro. A lungo isolato dal mondo occidentale, il regime libico aveva ottenuto una sostanziale riammissione nel consesso internazionale dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la scelta di Gheddafi di schierarsi contro il terrorismo internazionale (“Volete forse consegnare il nostro Paese ad Al Qaeda?” avrebbe tuonato Gheddafi quasi dieci anni più tardi parlando alla nazione nei primi giorni della rivolta). Un processo di distensione che aveva aperto la strada al prepotente ingresso delle finanze statali di Tripoli nel mercato globale a partire dal 2004.

Sostenuto dall’impennata del prezzo del petrolio, il fondo gestito dalla Lia aveva avviato svariate operazioni di investimento nei fondi europei e americani senza disdegnare importanti partecipazioni nelle società private (in Italia si ricordano soprattutto Eni, Unicredit, Finmeccanica e persino la Juventus). Un piano che stava proseguendo ancora nel terzo trimestre dell’anno passato quando il fondo libico, i cui assets gestiti erano balzati a quota 64 miliardi di dollari contro i 54 del giugno 2010, mobilitò circa 1 miliardo di dollari sul mercato azionario investendo circa 500 milioni in Unicredit e 360 in Eni.

Nel settore dei titoli azionari (equity), la Lia risultava operativa soprattutto negli Stati Uniti (che compensavano oltre il 40% degli investimenti nel comparto) e in Italia (più del 30%). Nel portafoglio una pluralità di nomi noti del mercato: oltre all’istituto di Piazza Cordusio e al cane a sei zampe, si segnalavano, tra le altre, partecipazioni in Finmeccanica, Siemens, Enel, Deutsche Telekom, Danone, Nokia, Citigroup, Royal Bank of Scotland, Halliburton, Nestlé, Coca Cola, Kraft Foods, Royal Dutch Shell ed Exxon.

Quanto al mercato dei bond erano gli Usa a dominare la scena con oltre la metà del mercato. Il 60% delle partecipazioni riguardava le obbligazioni sovrane (Usa, Italia, Spagna e Australia per citarne solo alcune), quasi il 40% le società finanziarie (dalla Danske Bank, al portoghese Banco do Espirito Santo passando per Lloyds e Dexia) fino al caso “ibrido” della African Development Bank, la Banca africana per lo sviluppo. Sul fronte depositi all’estero, ricordano da Global Witness, la faceva da padrone la banca britannica Hsbc in cui, nel trimestre in questione, il fondo trasferì oltre 1 miliardo di dollari di liquidità (portando l’ammontare totale a quota 1.400 milioni, 395 dei quali nella sussidiaria lussemburghese).

Tra gli obiettivi dichiarati del fondo un rendimento annuale pari a non meno dell’8%. Un traguardo clamorosamente mancato nel comparto degli investimenti “alternativi” (hedge funds, derivati, private equity et similia). A dare più di un mal di testa ai gestori libici, infatti, erano in quei giorni proprio quei turbolenti investimenti, protagonisti di un settore in cui il colonnello aveva fatto confluire quattro miliardi e mezzo di capitali. Una cifra eccessiva, secondo i consulenti di Kpmg che suggerirono ai libici un quasi dimezzamento della partecipazione. Per capire quanto poco soddisfatti fossero i Gheddafi boys è sufficiente dare un’occhiata al riepilogo dei rendimenti dei cinque gestori peggiori: NotzStucki -18%, Permal -40%, Palladyne -17%, Bnp -23%, Credit-Suisse -29%. In totale 1,4 miliardi investiti con una perdita complessiva di 320 milioni (-23%) e ben 81 milioni di dollari sborsati per le commissioni, in assoluto il capitolo più beffardo.

Non stupisce, dunque, che Tripoli pensasse seriamente all’ipotesi di abbandonare parte dei suoi investimenti. “Dal 2009 a oggi – spiegavano nei mesi scorsi i gestori libici – il mercato è cresciuto del 25%, nello stesso periodo i fondi hanno registrato delle perdite. Difficilmente i nostri fondi avranno rendimenti positivi in tempi di incertezza. Liquidandoli adesso possiamo garantire una conservazione del capitale assicurando una riduzione delle spese”. Come sarà andata a finire? Il seguito alla prossima puntata. Restiamo in attesa.