In questi giorni in cui in Rete molto si parla di monnezza a Napoli, leggo spesso sproloqui dove si stigmatizza il comportamento dei napoletani: Eh, se facessero la differenziata! Non capiscono nulla! Sono pigri! Sono ignoranti! Non si può pretendere che gente così incivile faccia la differenziata! Che si tengano la munnezza allora!

A parte il disgusto per tale livello di dibattito, le tesi sostenute mi ricordano molto l’indovinello per bambini “Pesa di più un chilo di ferro o un chilo di piume?” Qualche ingenuo è convinto che, differenziando la munnezza, essa sparisca come per magia risolvendo l’annoso problema.

Brutte notizie: se prendiamo un kg di monnezza e la differenziamo meticolosamente, alla fine avremo sempre un kg di monnezza. Differenziata, sì, ma è sempre lei e sta sempre lì.

Perché un ciclo virtuoso dei rifiuti è come il petrolio, ha un upstream e un downstream. L’upstream è la produzione degli imballaggi, che pare un po’ l’elefante nella stanza. Noi cittadini trascorriamo ore a separare il vasetto di yogurt dal suo coperchio, teniamo in casa dodici bidoni differenti ma tutti ugualmente puzzolenti, ma a nessuno sfiora che tanta fatica potrebbe essere un po’ alleviata con leggi che riducano gli imballaggi. Vi pare sensato che 10 grissini da 3 cent siano sigillati nel cellophan, e poi nuovamente impacchettati nel cartone? Che la verdura la si debba infilare per forza in quelle stramaledette bustine di plastica, anziché in buste di carta? Che lo shampoo venga venduto in una bottiglia di plastica dura, a sua volta infilata in una scatola metà di cartone e metà di plastica trasparente? Aiuto! Il business dell’impacchettamento è appunto un business, ci sono aziende che producono, gente che lavora, e guai a mettere in crisi tutto ciò cambiando il sistema di imballaggio delle merci.

Eppure, con meno imballaggi la munnezza in strada potrebbe essere ridotta della metà. E i napoletani insultati la metà. Invece il sistema non si tocca, i bustari cinesi devono produrre e alzare il Pil, e quindi noi tutti ad ammucchiare rifiuti.

Poi c’è il downstream. Quello che serve proprio a trasformare magicamente il chilo di differenziata in appena un etto di monnezza. Si tratta di aziende che riutilizzano la plastica, che riciclano il vetro e la carta, che producono compost dall’umido. Se queste aziende non ci sono, se si spende per inceneritori (chiusi), se tali attività vengono ostacolate in certi territori, ecco che il chilo di differenziata se ne resterà per la strada con tutta la parvenza di un chilo di monnezza. Guardate qui: “Bari. Fermo da dieci anni l’impianto per la differenziata costato 5 miliardi.”

Insomma, tutto questo blabla per dire che accusare i napoletani per la differenziata è davvero sciocco. Senza una filiera che funzioni, una differenziata del 100% a Napoli si presenterebbe così: un bel mucchio di bottiglie verdi al Vomero, tonnellate di carta e cartone sul lungomare a Mergellina, una montagna di plastiche morbide sotto al Castel dell’Ovo e per finire sabbie mobili di umido e percolato a piazza Plebiscito.

Bravi i napoletani che differenziano! E mò, dove la mettiamo ‘a munnezza?