Sono diventato adulto nel dicembre del 1980. Avevo ancora il viso coperto di brufoli e non era un bello spettacolo. Ma capii che il mondo non era come una canzone di De Gregori o un libro di Collodi.

No, la realtà mi comparve assolutamente diversa, quando in televisione ascoltai della morte di John Lennon. Un pazzo, tale Mark Chapman, lo aveva avvicinato sotto il Dakota Building, la sua residenza di Manhattan, e gli aveva sparato alla schiena. Yoko Ono nemmeno un graffio, morì Lennon. Non ci sarebbero stati più Imagine o Working Class Hero, ma soprattutto non ci sarebbe mai più stata una riunione dei Beatles, quello che noi ragazzi incantati avevamo sognato diecimila volte, tra una partita di Carambola e una a freccette.

Potevano venirne fuori litigate furibonde su chi fosse il motore dei Beatles, Lennon o McCartney. A volte cercavamo, sempre al bar, di dividere in percentuale i meriti degli autori del White Album: io ero tra quelli che dicevano 45 per cento John, 35 Paul McCartney, 18 George Harrison, 2 Ringo. Un gioco farcito di banalità, ma lo avrei capito più tardi. Questo per dire cosa vuol dire per la mia generazione (e quella prima) cosa siano stati i Beatles e cosa sia stato John Lennon. Qualcosa di sacro, paragonabile a Bob Dylan, forse, e a Eric Clapton e Ray Charles. Tutto il resto del mondo musicale sarebbe venuto dopo.

Ma John solista era appunto anche il nostro manifesto politico. Imagine, quella che la rivista Rolling Stone ha inserito come la quarta canzone più bella di tutti i tempi, era una sorta di bandiera contro quello che era il mondo reale, assomigliava a quella favola che noi, ragazzini, immaginavamo.

Tutto questo per dire di lasciare in pace Lennon, perché potremmo – io come tutti gli altri che lo hanno idolatrato a dismisura – avere reazioni violente. Aprire il computer e leggere sul Daily Mail On Line che John, gli ultimi anni di vita, sarebbe stato vicino ai repubblicani di Ronald Reagan è come una bestemmia nel silenzio dell’omelia.

Nessuno ci crede, la notizia è inverosimile, e comunque non credo interessi. Lennon ci ha fatto sognare un mondo che non esisteva e con lui se ne andarono le favole. Ci trovammo senza più quelle briciole che ti segnano il ritorno, quel labile confine tra la fanciullezza e l’età adulta. All’autore dell’articolo, senza addentrarmi in particolari, ricordo solo che Lennon fu una delle rockstar più spiate dall’Fbi negli Stati Uniti. L’avrebbero rispedito volentieri a Liverpool tutti i presidenti che lo hanno conosciuto, a partire da Nixon fino a Reagan. Negli Stati Uniti, però, la democrazia – talvolta, non sempre – funziona e non restò altro che spiare la vita e le parole di quel maledetto sovversivo.

Dunque, per favore, non rovinateci i sogni di ragazzo. Già abbiamo mille grattacapi, il Nord Africa che esplode, Berlusconi che regge l’anima coi denti e mostra i dipinti di Palazzo Chigi raffiguranti il bunga bunga. Abbiamo troppi problemi in casa, non azzerateci i sogni e lasciate in pace Lennon.