L'orco del Parco dei Mostri di BomarzoOgni roccione racchiudeva un enigma dentro di sé, e ciascuno di quegli enigmi era altresì un segreto del mio passato e del mio carattere. Bisognava scoprirli. Bisognava togliere da ogni roccia la corteccia che ricopriva l’immagine essenziale”.
Manuel Mujica Lainez, Bomarzo, Edizioni Sette Città, 1999, p. 535.

Nel mare di immagini di The Tree of Life, l’occhio di Terrence Malick si trova a planare leggero dentro la bocca spalancata di un enorme orco di pietra, per poi tornare a sospendersi tra gli elementi e le trasparenze. Solo un attraversamento, uno dei tanti passaggi simbolici di un film oltremodo ostico e misterioso. La scultura in questione si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, nel complesso monumentale noto come Parco dei Mostri o Sacro Bosco. Chi si chiede come le elucubrazioni di un regista nato a Ottawa, Illinois, possano mai essere finite in un paesino della Tuscia di millenovecento abitanti sottovaluta di molto l’unicità di un luogo che da quasi cinque secoli ispira pitture, poesie e costruzioni architettoniche in ogni parte del mondo.

Territorio pregno di misteri, ambivalenze e riferimenti alchemici, il Sacro Bosco è un un labirinto simbolico, un enigmatico percorso iniziatico fatto costruire nel XVI secolo da Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino. Si tratta di un mondo a sé. Dalle parti dell’opera d’arte totale, di un sogno a lungo vagheggiato e poi realizzato tra l’orizzonte della meraviglia e la ricerca di un nuovo genere artistico che non è il giardino, né la semplice architettura e nemmeno la scultura. Nelle intenzioni del committente l’oasi fiabesca doveva avere il senso primo di un archivio in cui la camminata sfida ad ogni tappa la grandezza dell’antichità e della mitologia, con riferimenti alle Metamorfosi di Ovidio, alla Commedia dantesca, all’Hypnerotomachia Poliphili. Pegaso e Nettuno, Ercole e Caco, sirene, sfingi, draghi, enormi pachidermi, una casa pendente e un tempietto funebre in onore di Giulia Farnese, defunta moglie di Vicino, con cupola modellata su quella di Santa Maria del Fiore a Firenze.

Se le suggestioni dei mostri bomarzesi sull’opera di Gaudì, nello specifico il Parco Güell, sono poco più che una supposizione dei molti esegeti, Salvador Dalì visitò il Sacro Bosco nel 1938, trovando diretta ispirazione per il visionario La tentazione di Sant’Antonio e contribuendo ampiamente, attraverso un breve filmato dei suoi tesori, alla riscoperta di un luogo da secoli finito nell’oblio. Una decina d’anni dopo, prima di esordire nel cinema di finzione con Cronaca di un amore, anche Michelangelo Antonioni condusse la sua attitudine entomologica tra quelle spaventose attrazioni per il celebre Bomarzo, un documentario di dieci minuti, tuttora più noto dei molti altri girati nel corso degli anni, in cui le sculture sono fotografate nel diffuso abbandono in cui versavano allora.

E’ la componente che potremmo definire magica ad affascinare di più gli artisti come William De Kooning, ritratto in loco in una celebre foto degli anni Cinquanta, o le sperimentazioni cinematografiche del gallese Peter Greenaway, che allude al Parco in diversi frammenti della sua enciclopedica produzione. Restituito al pubblico dal 1954, in virtù della sua unicità, il sogno di Orsini è finito in un nutrito numero di pellicole che sarebbe opportuno catalogare per bene. Quasi completamente ambientato tra le sue meraviglie è, a puro titolo di esempio, Il castello dei morti vivi, gotico italiano alla buona con Christopher Lee, Philippe Leroy e Donald Sutherland, al suo esordio davanti alla macchina da presa, in un doppio ruolo. Nel romanzo storico scritto da Manuel Mujica Lainez sulla vita di Vicino Orsini, si legge che Moravia definì Bomarzo “un Luna Park di pietra”, intuizione che ha qualcosa di efficacemente veritiero.

In alto, l’orco del Parco dei Mostri di Bomarzo. Per ingrandire clicca qui
Foto di Roberto Fogliardi tratta da Wikipedia