Secondo il ministero della Giustizia, i procedimenti civili pendenti (leggi, non conclusi) presso i tribunali ordinari alla fine del 2009 erano 3.540.000. A questa cifra, vanno aggiunti 1.700.000 processi pendenti davanti ai giudici di pace (sic!), le circa 120mila cause del tribunale per i minorenni e le 420mila giacenti in corte d’appello. Processo più processo meno, il totale si aggira sui 5 milioni e 800 mila.

La giustizia civile è stata, da sempre, il fanalino di coda di qualsiasi governo, non importa il colore. Non si ha memoria di un legislatore, di un riformatore, che abbia messo al primo posto della sua agenda politica le misure necessarie a sanare un tale disastro. Molti ne parlano, è ovvio. Nessuno risolve, però. Una delle ragioni di questo impasse è senza dubbio la mistificazione da sempre operata sulla giustizia, laddove si vuole farci credere che le riforme richieste dal paese riguardano, ad esempio, l’uso delle intercettazioni nelle inchieste penali. Non è così, ovviamente. Le riforme da cui il cittadino si sentirebbe direttamente coinvolto sono quelle che gli consentirebbero di ottenere un risarcimento per danni in poche settimane, di avere una sentenza di divorzio nei tempi stabiliti dalla legge, di concludere una richiesta di adozione in tempi inferiori a quelli biblici. Ma un secondo motivo di questo mostruoso ritardo è la scarsissima attenzione che l’opinione pubblica dedica al tema, rinunciando così ad influenzare l’azione governativa.

Perciò (l’abbiamo presa un po’ alla larga, ma alla fine eccoci alla notizia) l’interesse che da qualche tempo Confindustria focalizza sulla giustizia civile va segnalato due volte: per le riflessioni in sé e per il peso che l’associazione degli imprenditori avrà sulle decisioni parlamentari. Seguendo di pochi giorni l’analisi del governatore di Banca d’Italia, Viale dell’Astronomia, negli scenari economici presentati giovedì 23 giugno dal suo Centro Studi, ricorda che le lungaggini della giustizia civile provocano un costo enorme per il sistema economico. Si è calcolato che, una riduzione anche solo del 10 % della durata dei processi, inciderebbe in positivo sul Pil per lo 0,8%.

Sintetizzando, Confindustria distingue due macro aree di sofferenza: l’offerta e la domanda di giustizia. A proposito dell’offerta, si sottolinea che, oltre ad aspettare una sentenza civile più di qualsiasi altra impresa europea, quella italiana paga in media il 30% in più sul valore della controversia proprio a causa delle lungaggini processuali. (Infatti, Banca d’Italia fa notare che un terzo di chi chiede giustizia preferisce accordarsi con la controparte anziché attendere il giudizio definitivo).

A proposito della domanda, è significativo che siano gli imprenditori a registrare, come una delle cause dell’abnorme litigiosità italica, l’ugualmente abnorme numero di avvocati del nostro paese. Erano 48mila nel 1985, sono diventati 200mila nel 2009. (A dire il vero, da fonti interne agli ordini professionali, risulta che oggi gli iscritti agli albi siano 240 mila). Un numero spaventoso. Oltretutto, secondo lo studio presentato, “analisi empiriche convincenti” dimostrano che “la direzione del nesso causale va dal numero degli avvocati alla litigiosità”, cioè se aumentano gli avvocati, aumentano di pari passo i contenziosi.

Osservato lo stato di cose, le proposte sono ampie e varie. Eccone alcune. Confindustria sponsorizza una miglior redistribuzione degli uffici giudiziari, sia in senso territoriale (ci sono ancora sedi in zone poco popolate) sia in vista di una miglior specializzazione dei magistrati. Riprende poi una vecchia proposta, e cioè quella dell’ufficio del processo, un ufficio cioè che supporti il giudice nel suo lavoro, con la creazione di collaboratori scelti tra i giovani laureati (per le ricerche di giurisprudenza, la creazione di banche dati, etc). Sollecita la diffusione delle best practice, prima fra tutte la “possibilità di conoscere le prassi giurisprudenziali locali”attraverso l’accesso alle decisioni dei tribunali e dei giudici di pace. Non poche cause non vedrebbero nemmeno l’alba, se il cliente sapesse in anticipo che, su un certo argomento, il tribunale della sua città gli darebbe, prevedibilmente, torto.

Fra i molti suggerimenti, Confindustria insiste perché il presidente di tribunale si trasformi in un vero e proprio court manager e, sconfinando forse in terreni non propri, sponsorizza un cambiamento del sistema di valutazione del magistrato, che dovrebbe essere promosso soltanto per meriti. Per deflazionare, si considera indispensabile modificare il sistema con cui sono pagati i giudici di pace, oggi retribuiti anche in base al numero di udienze per ogni causa (e persino pagati per le singole cause nei procedimenti seriali anche di poco valore).

Servirà a qualcosa? Lo vedremo, ma certo gli imprenditori non dispiegano tante energie se non ritengono che sia assolutamente vitale farlo.