La Storia procede. La Chiesa cattolica rimane immobile. Ciro e Guido, insieme da sette anni, riceveranno stamane dal pastore Giuseppe Platone la benedizione nel tempio valdese di Milano. Non sono nozze, ma è il riconoscimento da parte della più antica confessione protestante italiana che la loro coppia e il loro impegno d’amore merita di essere accompagnato dal favore della comunità religiosa.
Andrew Cuomo, il governatore italo-americano dello stato di New York, cattolico dichiarato, festeggia da quarantott’ore la vittoria riportata per l’approvazione delle nozze gay. Venerdì sera, con trentatre voti a ventinove, il Senato dello Stato di New York ha varato la legge che autorizza il matrimonio delle coppie dello stesso sesso. Nonostante la strenua opposizione dell’arcivescovo della città, Timothy Michael Dolan, che è anche presidente della Conferenza episcopale americana.
Per lo choc l’Osservatore Romano, riportando la notizia, ha scritto alla rovescia il nome dell’arcivescovo: “Donal”. New York è il sesto Stato americano che riconosce il matrimonio gay ed è un terreno politicamente importante – non soltanto per le caratteristiche della metropoli – ma per la presenza di un compatto elettorato cattolico di origini italiane, polacche e irlandesi.
E la Chiesa cattolica in Italia continua a negare la possibilità che si vari una legge sulle coppie di fatto etero ed omosessuali. È comprensibile che in base alla sua tradizione la gerarchia cattolica intenda il matrimonio come fondazione di una famiglia, in cui uomo e donna danno vita ad una prole. Incomprensibile e inaccettabile è che il Vaticano continui a pretendere di imporre un veto alla legislazione civile. Oltretevere, si sa, la dottrina dei “principi non negoziabili”, varata nel Sant’Uffizio dall’allora cardinale Ratzinger sul finire del 2002, è diventata Bibbia. Pretenderebbe di imporre a governanti e parlamentari di non fare mai uso – laicamente e nel rispetto del pluralismo sociale – della legittima autonomia del politico, quando si tratta di materie che il magistero vaticano ha dichiarato irrinunciabili: divorzio, aborto, unioni civili, testamento biologico (e finanziamenti alle scuole cattoliche).
Ma la Storia si vendica quando una posizione si fossilizza. Il muro ratzingeriano si sta sbriciolando anno dopo anno. Proprio in Paesi cattolicissimi. Nell’aprile 2007 il Distretto federale del Messico ha depenalizzato l’aborto. Nel 2009 lo stesso Distretto ha legalizzato i matrimoni gay. Nel maggio 2010 il presidente del Portogallo ha ratificato una legge sui matrimoni gay e lo stesso è avvenuto due mesi dopo in Argentina. Infine, il 29 maggio scorso, anche a Malta i cittadini hanno introdotto per referendum il divorzio. Benché durante la sua visita nel 2010 Benedetto XVI avesse spronato i giovani maltesi a essere orgogliosi perché la propria nazione rifiutava una norma del genere.
È ora che i parlamentari italiani riprendano coraggio e mettano mano ad una legislazione che dia dignità civile e garanzie alle coppie dello stesso sesso. La società italiana è molto più avanti. Dieci anni dopo il Gay-Pride del 2000, che scatenò tuoni e fulmini da parte vaticana e rivelò qualche vigliaccheria culturale anche nel centrosinistra, la grande marcia si è ripetuta quest’anno a Roma con l’appoggio pubblico di un sindaco di destra come Gianni Alemanno. È la forza delle cose. È la forza di una normale idea di civiltà. Ma se la classe politica continua a tacere, allora toccherà alla società civile muoversi. Gratis non si ottiene nulla.
Il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2011












