C’è musica nell’aria! Ed è quella degli Arctic Monkeys che, giusto un paio di settimane fa, hanno dato alle stampe Suck It And See, l’ultima fatica discografica. Allo stato attuale della musica, anche solo individuare un disco decente diventa un’impresa, così, la comparsa sugli scaffali di un album come questo, riaccende – in un istante – le speranze di un futuro musicale migliore. E visto che a questo si vuole credere, allora si potrebbe aggiungere che la coerenza con la quale il complesso inglese porta avanti la propria carriera è certamente rassicurante. “Le Scimmie Artiche” – ai giorni nostri – vogliono crescere e lo fanno discostandosi dal fare pruriginoso delle giovani band inglesi, abbracciando semmai il tanto vituperato mondo mainstream.

Mainstream? Madonna Santa! E che sarebbe? A quelli che la musica la vivono dentro i pantaloni stretti stretti, il solo fatto di essere associati ad un qualsiasi gruppo mainstream, gli si potrebbe di colpo increspare il ciuffo. A quelli che invece ostentano il cappellino militare posto con tanta cura sugli occhi, il solo fatto di non poter vantare il successo dei quattro concerti sold out di Vasco a San Siro, gli si potrebbe di colpo infrangere il campionario di luoghi comuni con i quali sono cresciuti.

Ma non divaghiamo, si diceva degli Arctic Monkeys, i quali hanno pregio e fortuna di arrivare su Myspace nel momento giusto (2005); il viaggio parte da qui e prosegue nei labirinti tortuosi di un percorso che a conti fatti rivela le fattezze di una grande band.

L’origine (Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not – 2006) lasciava presagire il futuro: “basso e batteria riassumono la storia come nemmeno “il Bignami della sezione ritmica” può fare: a conti fatti un marchio di fabbrica che rende gli Arctic Monkeys unici e cangianti, almeno quanto le chitarre iridescenti di Jamie Cook, sospese dentro l’incoscienza dell’esordio. Un capolavoro? Adesso non esageriamo, quando si parla delle nuove generazioni “in musica”, occorre andarci con cautela. Il solo pensare “al gradevole canto estivo” di molti gruppi divenuto “fastidioso rumore invernale”, non lascia certo tranquilli. Qualche nome? Bloc Party, Maximo Park, The Rakes, Editors (ma la lista è molto più lunga); tutti gruppi che come neve al sole si sono sciolti dentro la classica prova del secondo disco. Gli Arctic Monkeys con tutto questo però non c’entrano. Favourite Worst Nightmare (2007) non solo rilancia le intenzioni iniziali ma le mette pure a fuoco. Così, “le chitarre iridescenti di James Cook, sospese dentro l’incoscienza dell’esordio”, acquistano spessore e divengono un muro di suono invalicabile, grazie alla naturale sovrapposizione delle chitarre di Alex Turner, il quale oltre a saper suonare, canta – a dispetto di altri – per la seconda estate consecutiva, confermandosi oltremodo un songwriter sopraffino.

Mainstream gli Arctic Monkeys? Se a questo termine diamo un’accezione commerciale, questo è quello che il quartetto diventa dopo il successo di vendite dei primi due album. Ai fan della prima ora, questa trasformazione non piace, convincerli “a tirarsi su la frangia” e metter mano al portafoglio per acquistare Humbug (2009) diventa un’impresa. Poco male, il mondo restante si accorge definitivamente di Turner e soci: migliaia di fan – tutti insieme – pronti per celebrare le magie concepite nel deserto del Mojave, già perché i quattro ragazzotti – per la registrazione del disco – si lasciano rapire dalle Desert Sessions di un certo Josh Homme: “Alla faccia del mainstream!” Qualcuno dice.

Il leader dei Queens of the Stone Age (ma lo preferivo nei Kyuss, quando ancora non era mainstream) resetta il progetto, lasciando però intatta la consuetudine stilistica della band, nonostante le chitarre sembrino decisamente “più sporche”.

Svolta oppure ispirata maturità? Di fatto il disco allontana sensibilmente la band dagli esordi ma il percorso fatto, evidenzia la crescita inesorabile confluita – ai giorni nostri – in “Suck It And See”. Le chitarre – in questo caso –  sembrano trovare pace, traducendo classicamente il tipico “up and back” della band, mentre la voce di Alex, agita le traiettorie melodiche di un disco che cresce ad ogni ascolto.

Ai giorni nostri restano due cose da fare: la prima è strettamente legata a Suck It And See; se non l’avete ancora comprato provvedete quanto prima. Se invece i dischi degli Arctic Monkeys li avete fieramente esposti sullo scaffale della vostra cameretta… Non resta che spingervi oltre, acquistando il biglietto per vederli dal vivo il 3 settembre 2011 a Bologna.

Ci si vede lì.

9 canzoni 9 … per “sentirsi“ fieramente “Mainstream”

Lato A

Brick By Brick • Arctic Monkeys

No One Knows • Queens Of  The Stone Age

Sex Type Thing • Stone Temple Pilots

Feel The Pain • Dinosaur Jr

Lato B

From Out Nowhere • Faith No More

Bulls On Parade • Rage Against The Machine

Science • System Of A Down

Around The World • Red Hot Chili Peppers

Beastie Boys • Fight For Your Right

9 canzoni 9 … per  “sentirsi fieramente “Indiependenti”

Lato A

Satan Said Dance • Clap Your Hand Say Yeah

The Devil In Kate Moss • Julie’s Haircut

Ankle Injuries • Fujiya & Miyagi

Pilot • The Notwist

Lato B

Atlas • Battles

God Hates a Coward • Tomahawk

We Want War • These New Puritans

Walking With Thee • Clinic

Out • Sodastream