Musica e immagini fanno a cazzotti. Le note della band sono quelle arcinote – calde e sensuali – di Back to black, il singolo dell’omonimo album di Amy Winehouse. Le immagini sono invece quelle del suo ultimo concerto a Belgrado: lei barcolla, stecca, fa fuori sincrono e canta sgolandosi come farebbe qualsiasi liceale ubriaco alla gita scolastica. Amy, il talento assoluto, la donna che ha venduto oltre dieci milioni di dischi nell’epoca di eMule, ne ha combinata un’altra delle sue. Per la cantante britannica il tour iniziato sabato a Belgrado si è rivelato un disastro già dalla tappa di esordio. “Amy si ritira da tutti gli spettacoli in programma”, recita ora un freddo comunicato del suo management. “Tutte le persone che le sono vicine intendono fare tutto il possibile per aiutarla a tornare al suo meglio e le sarà dato il tempo necessario perché questo avvenga”. Con il tour salta anche una tappa italiana in programma per il 16 luglio al Festival di Lucca. La stampa mondiale è scatenata, mentre lo staff della cantante cerca di arginare la figuraccia imponendo a YouTube la rimozione di ogni video con la sua contestatissima performance.
E dire che questo doveva essere il concerto del riscatto “analcolico” dopo l’ennesimo periodo di riabilitazione. Ma non può essere il pentimento la tazza di tè per la cantante che ha fatto di Rehab un successo mondiale: “Mio padre ha provato a farmi andare in riabilitazione, ma io ho detto no no no”. Era il 2006 quando uscì Back to black. Un successo fulminante: Time nomina Rehab “la migliore canzone del 2007” ed Amy entra nel guinnes dei primati come la cantante britannica che ha vinto più Grammy in assoluto. Il suo cognome si potrebbe tradurre in “vino della casa”, ma la banale ironia non aiuta ad inquadrare il personaggio. Smodata, tatuata (con una passione per lo stile “old school” con tanto di pin-up nude e ferri da cavallo sulle braccia), alcolizzata, sboccata, spesso fatta di crack, forse pazza: questa è Amy Winehouse, la sua musica e i suoi testi: “È impossibile non rimanere sedotti dalla sua originalità” l’opinione dello scrittore Josh Tyrangiel .
Nasce nel 1983 a Londra da una famiglia ebrea: è la figlia più giovane di un tassista e una farmacista. Da ragazzina è una fan scatenata di Madonna: “Ho ascoltato Immaculate Collection ogni giorno fino ad undici anni”, poi scopre le Salt‘n’Pepa, un gruppo hip-hop femminile e tutto cambia: “O mio Dio… questa è musica” la sua reazione. Con l’amica del cuore Juliette fonda le Sweet ‘n’ Sour, le “dolci e acide”, “Eravamo delle rapper, io ero l’acida ovviamente”. Frequenta una scuola di teatro, dalla quale viene sbattuta fuori a 14 anni per “scarso impegno” e per un piercing al naso. Ma tanto a 13 anni ha avuto in regalo la sua prima chitarra e comincia a cantare in alcuni gruppi jazz fino a quando non viene notata da un talent scout della mitica Island Records. Il suo primo disco è del 2003: si intitola Frank e riceve ottime critiche dalla stampa. Tre anni dopo è il tempo del secondo album e del successo mondiale: comincia così una corsa sfrenata tra paparazzi, arresti, alcool, cocaina: lei che aveva misure abbondanti, diventa scheletrica.
Nel novembre 2007 alla prima del suo tour a Birmingham è fuori di sé: piange e inciampa in ogni cavo del palco: i fischi non si contano. Di lì a breve arriva un’altra performance disastrosa all’Hammersmith Apollo di Londra: “Era senza dubbio pesantemente intossicata” commentano i presenti. Le altre date del tour vengono annullate e i medici la obbligano ad un riposo assoluto. L’anno successivo le cose sembrano migliorare: riesce a cantare per quaranta minuti di fila all’inaugurazione di una boutique Fendi a Parigi e, a maggio, nonostante una voce debole e un arrivo in notevole ritardo, il pubblico del Rock in Rio di Lisbona è caloroso e contento. Nel maggio 2009 un’altra brutta performance con tanto di caduta dal palco e scuse al pubblico e, tra alti e bassi, eccola alla sua ultima uscita a Belgrado. Non le sono mancati, in questi anni, un’enfisema polmonare, dubbi sulla sua salute mentale, problemi di anoressia e bulimia, un ex-marito in carcere. “Sono terribilmente onesta nella mia vita e nelle mie canzoni – disse lei sempre al Guardian –. Sono un libro aperto”. E libero: “Della mia vita non devo rispondere a te o al mio ex, a Dio, o agli uomini in gessato dell’etichetta discografica. Devo rispondere solo a me stessa”.
Se mito e sregolatezza nella musica non sono una novità, Amy Winehouse è tutt’altro da altri mostri sacri della musica. Kurt Cobain si faceva per sopportare il peso della notorietà; Lou Reed sfondava le “porte della percezione” con l’eroina; Whitney Houston cercava di illuminare il cono d’ombra nel quale era finita con il crack. Amy non è così: è eccessiva e folle ma sincera, come alcuni suoi coetanei vive da punk, da raver, da tossica, alla giornata. Ma poi mette tutto ciò nella sua musica. E il talento vero e libero, in fin del conti, può permettersi ciò che vuole.
da Il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2011













