L’Ue ha anche deciso di inasprire le sanzioni contro la Siria e ha incluso per la prima volta nella lista dei bersagli anche alcuni esponenti iraniani. Nel frattempo non si fermano le proteste dei cittadini contro il regime di Bashar Assad.

Il Vecchio continente ha stilato una lista di persone che saranno colpite dal congelamento dei beni e dal bando sui visti. La novità è che, oltre agli esponenti siriani, le decisioni di Bruxelles hanno preso di mira una serie di gerarchi dell’establishment militare di Teheran: Mohammad Ali Jafari, comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane; il generale Qasem Soleimani, capo delle brigate Qods dei Pasdaran e Hossein Taeb, vice capo dell’intelligence delle Guardie. Sono accusati di essere “coinvolti nel sostegno e nella fornitura di materiale per aiutare la Siria e reprimere le proteste”. La notizia conferma le testimonianze di alcuni profughi siriani, che nei giorni scorsi avevano raccontavano di soldati che parlavano persiano e portavano la barba, proibita nell’esercito di Damasco.

Per la prima volta, poi, le sanzioni Ue hanno preso di mira anche società siriane: sono quattro, tra cui un fondo di investimento e un’azienda immobiliare, tutte accusate di avere stretti rapporti con il governo. Quello entrato in vigore oggi è il terzo pacchetto di sanzioni contro le gerarchie siriane, tra cui lo stesso presidente e altri 23 esponenti del governo e delle forze armate.

Mentre la diplomazia europea muove i suoi primi timidi passi, continuano le proteste. Gli attivisti siriani lo hanno battezzato “il venerdì della caduta della legittimità” e per la quindicesima settimana consecutiva, al termine delle preghiere, cortei di protesta contro il governo hanno attraversato le città del Paese. Secondo l’emittente panaraba Al Jazeera e secondo le notizie che rimbalzano da twitter e dagli altri social network, manifestazioni e cortei sono in corso in diverse città del paese, da Aleppo ad Amuda, una città nel nord dov’è concentrata la minoranza kurda di Siria, dai sobborghi di Damasco, fino a Daraa, a ridosso del confine libanese, dove vivono i drusi.

Stando a quanto riferito su Facebook dai Comitati di coordinamento locale in Siria (Lccs), le forze di sicurezza siriane sono state dispiegate a Homs, a nord di Damasco, soprattutto nei quartieri di Bab Amro e Bab al-Sabaa. Secondo gli attivisti di Lccs, sono bloccate tutte le strade che conducono al centro di Homs. Stando a Shaam News Network, infine, si prepara una mobilitazione a Qaswa, poco distante da Damasco, e centinaia di agenti delle forze di sicurezza sono stati dispiegati nella zona della moschea Omari di Daraa, nel sud del Paese.

Nella Capitale, ci sono cortei nel centrale quartiere di Midan, ma anche in alcuni sobborghi come Barze e Duma, zone in cui, secondo Lccs, il regime aveva anche organizzato dei cortei in appoggio al governo.

Proteste contro il governo di Damasco, inoltre, sono previste per venerdì pomeriggio anche in Libano, a Beirut e soprattutto a Tripoli, nel nord del paese, dove organizzazioni e movimenti vicini all’ex premier Saad Hariri hanno invitato i propri sostenitori a scendere in piazza, ma con alcune cautele, come per esempio evitare i quartieri alawiti della città, per non creare occasione di scontri che potrebbero facilmente degenerare, vista anche l’insoddisfazione di una parte del paese per la formazione del nuovo governo, la scorsa settimana, con una forte componente di Hezbollah.

Sul confine tra Siria e Turchia, intanto, la situazione rimane molto tesa. Secondo la Mezzaluna rossa turca, sono state almeno 1500 le persone che ieri sono riuscite a superare la frontiera, nonostante lo spiegamento di truppe deciso da Damasco per arrestare il flusso di profughi. Nelle cinque tendopoli allestite dalle autorità turche a ridosso del confine, i profughi sono ormai quasi 12 mila.

I movimenti militari al confine turco-siriano hanno provocato un allarmato intervento della Casa Bianca. La segretaria di stato Hillary Clinton, dopo un colloquio telefonico con il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, ha detto che “se le forze siriane non cesseranno il loro comportamento aggressivo, non solo nei confronti dei propri cittadini, ma con il rischio di ulteriori incidenti, c’è la possibilità di un’escalation del conflitto nella zona”.

Secondo alcuni siti di intelligence, in realtà, tra Usa e Turchia sarebbero in corso consultazioni serrate per capire se e come potrebbe esserci un intervento internazionale in Siria, non prima però di un qualche via libera dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. E proprio al Consiglio di sicurezza ha fatto appello l’Unione Europea, attaccata direttamente dal governo siriano pochi giorni fa per le sue “intromissioni” in quella che Damasco continua a considerare una questione interna. Dalla riunione del Consiglio europeo a Bruxelles è emersa una dichiarazione che condanna le “inaccettabili e scioccanti violenze” in corso in Siria e chiede al Consiglio di sicurezza “di assumersi le proprie responsabilità e di dare adeguate risposte”.

di Joseph Zarlingo – Lettera 22