“Un assistente per ogni pubblico ministero? Macché, qui mancano i soldi pure per cambiare un fax”. Roberto Alfonso, procuratore capo di Bologna e coordinatore della direzione distrettuale antimafia regionale, uno che lotta contro la criminalità organizzata da sempre, non ce la fa più. “Guardate che c’è una carenza di personale impressionante, anche e soprattutto in Emilia Romagna. L’ufficio che coordino l’accusa tutti i giorni, si tratta di un problema veramente gravissimo: lo ammetto, non sono in condizione di assicurare a ogni magistrato un proprio assistente”.
Questo discorso Alfonso l’ha ripreso questa mattina dal suo ufficio bolognese di piazza Trento e Trieste, ma lo aveva già introdotto e articolato ieri, nel corso della presentazione del protocollo sulla legalità per gli appalti e i lavori pubblici alla prefettura di Forlì-Cesena. Con lui c’erano il procuratore capo locale, Alessandro Mancini, e con i sindaci dei Comuni del territorio che hanno preso parte all’intesa. Il coordinatore dell’antimafia in Emilia Romagna ammette di aver dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

Studiate procedure per affrontare l’emergenza. “Sono stato obbligato a creare alcuni ‘moduli organizzativi’ ad hoc, chiamiamoli così, che prevedano tre assistenti per ogni quattro magistrati. Siamo costretti a organizzare il lavoro non più attraverso la segreteria di ogni pubblico ministero, bensì distribuendolo in modo da poter accontentare con tre persone ben quattro magistrati”.

La situazione, avvisa il procuratore capo di Bologna, rischia di precipitare. “Decresciamo continuamente, da 117 siamo passati a 94 persone. Naturalmente il personale deve godere di tutti i diritti che la legislazione riconosce, quindi va da sé che non possiamo essere sempre tutti quanti presenti. Senza dimenticare che quelli che vanno in pensione non vengono sostituiti. Del resto, per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia nel nostro Paese non si fanno concorsi ormai da 10-15 anni. Ci dobbiamo muovere in un quadro di estrema difficoltà”.
Se manca il personale significa che mancano anche le risorse, il cash. “Arrivare alla fine dell’anno è sempre molto complicato”, aggiunge il procuratore capo di Bologna, “anche per quanto concerne gli acquisti di materiale di base. Ammetto che pure comprare un fax nuovo per le notifiche di routine si sta rivelando un’impresa”.

Servono le autorizzazioni da Roma: “Sì, ma pure il ministero”, ricorda Roberto Alfonso, “vive queste grandi difficoltà sul piano finanziario. Per carità, con loro ci sentiamo, ma pare ci sia poco da fare”. Dunque, la sentenza: “Quello del personale amministrativo e delle risorse è uno dei problemi più gravi, forse il più grave, che vive oggi l’amministrazione della giustizia in Italia”, scandisce Alfonso.

Il sostegno alla procura potrebbe arrivare dai Comuni. Ecco allora che, se gli assistenti e i fax restano un problema, una mano ai magistrati da oggi possono darla concretamente anche gli enti locali di Forlì-Cesena con il protocollo su misura a favore di appalti a regola d’arte per le opere pubbliche. La Provincia e nove Comuni del territorio (Forlì, Cesena, Bertinoro, Cesenatico, Forlimpopoli, Gambettola, Meldola, San Mauro Pascoli, Savignano sul Rubicone, “ma si uniranno presto anche gli altri”, precisa il prefetto Angelo Trovato) hanno siglato un patto con la prefettura, sotto gli occhi di Alfonso e Mancini, per stroncare sul nascere le “consorterie malavitose” pronte a mettere le radici anche in Romagna.

Il cuore dell’accordo prevede la collaborazione delle istituzioni committenti all’insegna della massima trasparenza, di controlli antimafia specifici, di monitoraggi in fase di affidamento ed esecuzione, di controlli sulla titolarità effettiva delle imprese, di valutazione di impatto criminale, di tracciabilità dei flussi finanziari, di sanzioni in caso di inadempienza dell’appaltatore o del concessionario.

Poteri di accesso e di accertamento ai cantieri. Posto che oggigiorno “non sono riscontrabili” elementi concreti di presenza di associazioni mafiose nel territorio, bisogna darsi da fare comunque perché, come dice Mancini, “le consorterie malavitose manifestano una crescente tendenza a ramificare la propria presenza anche in territori tradizionalmente estranei al proprio ambito di attività”. Il protocollo si basa sulla legge 94 del 2009, che affida al prefetto poteri di accesso e di accertamento nei cantieri. I firmatari si impegnano a richiedere tutte le informazioni necessarie anche oltre a quanto previsto dalle prescrizioni di cautela dettate dalla normativa antimafia secondo il decreto del presidente della Repubblica 252 del 1998. Verranno passati ai raggi X i subcontratti “sensibili” (tra gli altri, quelli sulla fornitura di materiali a discarica e di calcestruzzo, sul trasporto e lo smaltimento dei rifiuti) e i subappalti.

Il monitoraggio verrà praticato in ogni fase di affidamento ed esecuzione dei lavori pubblici: particolare attenzione è prevista in caso di sospetto accordo tra gli operatori economici, procedimenti penali pendenti sui lavoratori, ritardi e richieste di varianti in corso d’opera. La prefettura, fra l’altro, può richiedere quando vuole ai soggetti firmatari l’esibizione delle bolle di consegna e trasporto dei materiali impiegati nei cantieri. Qualora venissero accertati dal prefetto tentativi di infiltrazione mafiosa, l’amministrazione pubblica di turno dovrà revocare aggiudicazione e contratti.