Per l’ennesima volta si parla di cambiare la legge elettorale, per l’ennesima volta si vuole affrontare un tema complicato e sciogliere nodi difficili di equilibrio con i colpi di sciabola piatta della semplificazione referendaria. Prima era contro il proporzionale, contro ogni sia pur minimo residuo di proporzionale fino a rischiare due anni fa di avere l’unificazione forzata tra pdl e lega con il referendum che aboliva il premio di coalizione per darlo a un partito solo. Adesso al contrario – col pretesto di abolire le liste bloccate e il “parlamento dei nominati” – è per abolire ogni premio di maggioranza, ogni vincolo di coalizione, ogni indicazione preventiva del premier ed eleggere il prossimo parlamento come se fosse la delegazione italiana al parlamento europeo. Sempre via referendum.

Intanto non mi convince il metodo. Un conto è raccogliere e interpretare i sentimenti profondi del paese su nucleare e acqua pubblica, altro conto è comporre l’equilibrio tra governabilità e rappresentatività, un equilibrio delicato, attraverso  il sì e il no di un referendum.

Comunque è soprattutto nel merito che il referendum è sbagliato. In sostanza: drammatizza un problema di moda, per non risolverlo, e lo strumentalizza per cambiare il sistema politico italiano facendolo sostanzialmente tornare alla Prima Repubblica.

Il problema di moda che viene strumentalizzato è quello delle liste bloccate. Si vorrebbe tornare al sistema delle preferenze, peraltro in vigore per le comunali regionali ed europee. Premesso che sono abbastanza d’accordo – cioè tra liste bloccate e preferenze credo che sceglierei  le preferenze – è esagerato dipingere la cosa come se si trattasse del baratro che separa il peccato dalla virtù. Quasi ovunque al mondo dove c’è sistema proporzionale le liste sono bloccate, cioè la gerarchia è stabilita dai partiti che fanno le liste. Il punto è con quale criterio e con quale democraticità i partiti lo fanno. Non è giusto rassegnarsi all’idea che un partito è del suo capo. Anzi ci vuole la legge coi diritti degli iscritti. Le preferenze da scrivere sulla scheda sono un sistema quasi esclusivamente italiano. Favoriscono chi è più noto e chi può spendere di più nelle campagne elettorali, anche se talvolta premiano meriti controcorrente. Non è che nei consigli regionali e comunali – eletti via preferenze – ci sia la virtù e che viceversa gli eletti delle liste “bloccate” siano per forza servi stupidi. E se è il trasformismo ciò che vogliamo combattere, il problema si pone in entrambi i casi e può essere contrastato solo da una più alta diffusa e informata partecipazione politica dei cittadini.

Comunque il punto è che il referendum non ripristina le preferenze, perché materialmente essendo abrogativo non può farlo. Molto probabilmente il punto contro le liste bloccate verrebbe cassato preventivamente dalla Corte, perché un referendum sulla legge elettorale non può produrre, neanche per un attimo, una legge che non possa funzionare.

Può invece il referendum – con un abile taglio nei testi di legge – abolire i vincoli di coalizione e  il premio di maggioranza. (Come conseguenza secondaria abolisce anche il diritto di rappresentanza per le forze minori che ottengono almeno il 2% dei voti).  Questo è il cuore del referendum di cui si parla, è la vera svolta, è  il motivo principale per cui la proposta di referendum è stata subito entusiasticamente approvata dall’Udc e potrebbe simmetricamente essere ben vista sia da ampi settori del Pd che dalla Lega Nord, che in questo modo si sgancerebbe automaticamente dal Pdl. Viceversa il Pd potrebbe decidere solo dopo le elezioni se allearsi col centro o con la sinistra, ma soprattutto Udc e Fli, se unite o forse persino separate, avrebbero buone probabilità di diventare l’arbitro permanente dei destini del paese. Ovviamente non ci sarebbero primarie di coalizione, non essendoci più coalizione, né alcuna possibilità per Vendola di candidarsi alla guida del governo.

Un parlamento così eletto con la proporzionale probabilmente abolirebbe i vincoli di coalizione e il premio di maggioranza anche per le Regioni le Province e i Comuni facendo entrare in una “nuova” prima Repubblica di alleanze variabili e precarie egemonizzate dal centro.

Un problema vero del sistema politico, quello che ha fatto abortire il governo Prodi, che tiene alti inutilmente i costi della politica, e cioè il bicameralismo perfetto, l’esistenza parallela inutile di un Senato eletto dagli over 25enni con un diverso sistema elettorale, non verrebbe neanche affrontato.

Il Porcellum ha pessimo nome e fama, ma rischia di essere sostituito con qualcosa di peggio. Pensiamo all’altra Italia possibile alternativa al berlusconismo, non incartiamoci sulla ennesima riforma elettorale, questa volta con la marcia indietro.