Ci aspettavamo un evento epocale ed epico. Un duello all’ultimo deltoide tra l’immarcescibile senatùr e il suo amico Silvio. Un fiammeggiante avvenimento destinato a riaprire i giochi sul fronte governativo. Quello che ci siamo sciroppati, invece, si è rivelato un miserrimo clone dell’Europride, un carnevale umano screziato di trash, un campionario di kitsch umano, un bizzarro crogiolo di maschere e di oscenità audiovisive.

La pasticciata scenografia del Pontida Pride, costellata di gazebo, fiorellini e berretti verdi, non poteva che aprire una voragine insanabile sull’abisso dell’indecoroso. A cominciare dal soundtrack della réunion padana (la colonna sonora del film Avatar di James Cameron, forse proposta da qualche organizzatore daltonico che confonde il blu con il verde e sulla quale si teme non abbia pagato i diritti alla Siae) fino al patetico teatrino inscenato dai comprimari di Bossi.

Matteo Salvini, abbigliato come uno scugnizzo della demonizzata Terronia, e il suo noto vizietto di urlacchiare coretti da stadio (dopo quello memorabile sui napoletani sporchi, colerosi e terremotati, è stata la volta di Silvio hai rotto i c… Pisapia è una malattia che non va più via). Castelli e Maroni, le loro risatine da trip mescalinico e la loro attività compulsiva nello scattare foto dal palco, come due pischelletti in estasi pustolosa. Ancora Maroni che, in un vortice di ubriachezza, aizza dal palcoscenico il pubblico festante, come il Dj Vomito di Enzo Salvi che invita i suoi fans scatenati (“i ruttini”) a ritmare in coro il suo pezzo .

Il cavadenti Calderoli, abbigliato come un corpulento italo-canadese tornato dopo 30 anni nel paese natio, e il suo bruciacuore timore dell’“escherichia coli” di matrice estera.

E ancora la voce off del Pontida Pride, un ibrido tra Francesco Guccini a cui viene pestato un callo e Nichi Vendola nel clou delle sue filippiche supercazzolare. E’ proprio lui il creatore dell’afflato epico dell’avvenimento, megafonando a tutta l’umanità padana proclami emozionanti e strafalcionari  (grandioso il suo “Cavalieri Temprali”).

E come dimenticare il film Braveheart, riproposto ossessivamente per galvanizzare la tribù padana, o lo sguardo nerboruto del guerriero Trota Bossi, travestito da ciclista, che ripete pappagallescamente i mantra del cuore impavido Wallace? E come non commuoversi dinanzi alle parole profonde dei fan padani, che al giornalista Luca Rinaldi hanno scodellato frammenti di sapienza socratica, come quello secondo cui “La7 è peggio di Rai 3, è un manipolo di comunisti”?

In tutto questo carnevale di passioni, impeti alfieriani e deflagrazioni intestinali, non poteva mancare il momento lirico per eccellenza: il gazzettiere d’assalto Vittorio Feltri, che, con la sua solita zazzera da Gianni Togni e il suo inconfondibile aplomb da becchino, ha generosamente distribuito autografi e dediche ai suoi ammiratori.

Insomma, tra vessilli improbabili (tra tutti, la bandiera della Sardegna), urletti inumani, dentiere in subbuglio, guerrieri col fard, spadoni e scudi comprati alla Upim, il raduno di Pontida è stato più eccitante del carnevale di Viareggio. E magnificamente esemplare di come un “work in regress” possa azzerare la storia di un movimento politico.