“Silvio hai rotto i c…”, intona un coro di leghisti alla vigilia del raduno di Pontida. E il giorno dopo migliaia di camicie verdi brandiscono slogan critici. Qualcuno espone perfino uno striscione con la scritta Maroni presidente del Consiglio. Bossi raccoglie il grido di protesta e lancia l’avvertimento al presidente del Consiglio. Passano poche ore e il premier replica: “Martedì e mercoledì sarò al Senato e alla Camera per illustrare un programma ormai definito che conterrà alcune delle richieste fatte a Pontida”.

E’ ciò che probabilmente accadrà. Uno, due, tre, perfino quattro saranno i ministeri che il premier deciderà di spostare a Milano. E forse accoglierà (senza poi realizzarla) anche la richiesta di ridurre le tasse. Che è una richiesta legittima se non fosse che, nelle intenzioni di Bossi, questa misura debba riguardare esclusivamente il Nord. Da Roma in giù la pressione fiscale può anche aumentare…

Per quale ragione pertanto si dovrebbe rompere l’alleanza tra i “celoduristi” Silvio e Umberto? Quali benefici avrebbero i due leader da una separazione definitiva? In questi ultimi anni la duplice intesa si è retta su un unico, preciso patto di sangue: il federalismo in cambio del voto sulle leggi ad personam. “Tu mi salvi dai processi e io ti garantisco ministeri e sottosegretari, che le risorse andranno al Nord, salvo poi destinare qualche elemosina ai terroni a Sud di Roma”. Così c’è da immaginarsi che sia andata nei tanti confronti a quattr’occhi tra i due arruffapopoli lumbard. Cosa ci guadagnerebbe il vertice del Carroccio a staccare la spina? Praticamente niente. Il governo andrebbe a casa prima della scadenza naturale del mandato, il centrosinistra vincerebbe le elezioni e la Lega perderebbe i privilegi fin qui conquistati.

Nel partito di Bossi non c’è alcuna folgorazione sulla via di Damasco ma il semplice tentativo di alzare la posta. Del resto, qual è l’urlo che si alza tra gli 80 mila di Pontida che per otto volte interrompono il loro leader? “Secessione, secessione, secessione”. E gli amministratori locali della Lega non sono per nulla diversi dallo stato maggiore del partito e da quella filosofia di purezza della razza. Per loro extracomunitari, rom, omosessuali, meridionali sono un’anomalia.

Ha ragione pertanto Nichi Vendola quando afferma che non c’è nessuna possibilità di interlocuzione con un partito razzista e xenofobo. Ma ha ragione anche Pierluigi Bersani quando lancia l’appello agli elettori del partito padano affinchè prendano coscienza del fatto che bisogna cambiare strada e che questo governo ha miseramente fallito ogni suo proposito, anche nei confronti del Nord. Sbagliano semmai entrambi nel riproporre l’ennesimo alterco dinanzi a cittadini-elettori che, probabilmente li vorrebbero vedere uniti e convinti nel proporre la loro idea alternativa di governo (ammesso che ce l’abbiano).

Magari, piuttosto che litigare sul ruolo della Lega e stare ad aspettare che l’ennesimo ultimatum si traduca nell’agognato divorzio, il centro sinistra dovrebbe semplicemente seguire la rotta dell’impetuoso vento del cambiamento che dalle elezioni amministrative al referendum sta scuotendo il Paese. Coglierne i segnali e il monito: conquistare la maggioranza di un Paese vuol dire far sì che le forze sociali, che di tale maggioranza sono espressione, dirigano la politica del paese. Che non è un principio rivoluzionario ma la base di quella filosofia di “egemonia culturale” affermata da Antonio Gramsci poco meno di cento anni fa. La capacità di conquistare con la forza delle convinzione l’adesione a un determinato progetto politico o culturale. “Strappare e lacerare tutti i vincoli che la libidine di dominio di un solo, di una classe, o anche di un intero popolo, tentano di imporre” spiegava Gramsci nei suoi scritti politici. “L’uomo, che ad un certo tempo si sente forte, con la coscienza della propria responsabilità e del proprio valore, non vuole che alcun altro gli imponga la sua volontà e pretenda di controllare le sue azioni e il suo pensiero”. E se si partisse da qui?