Non più ‘.it’ ma, ad esempio, ‘.ilfattoquotidiano’. Quella che arriva da Singapore è una rivoluzione destinata a cambiare ancora la faccia del web. L’ente internazionale preposto ai nomi dei domini, l’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ha infatti deciso di dare libero spazio all’immaginazione – come ha detto il presidente dell’organismo –  e lasciare che siano le imprese, così come i privati, a decidere il nome del proprio dominio. Dal 2012, quindi, “bastano” 185.000 dollari e il suffisso del nostro sito internet lo decidiamo noi.

L’innovazione diventa più libera quindi, 26 anni dopo l’introduzione del ‘.com’, quando cioè, quello che prima era riservato alle università e alla difesa si aprì all’uso commerciale. Ora ci si spinge oltre: “Le porte della creatività sono aperte”, ha dichiarato il presidente dell’Icann Peter Dengate Thrush, secondo il quale, addirittura, una nuova era per Internet si sta per aprire.

I top level domain (Tld) passeranno infatti dagli attuali 22, fra cui i ‘.com’, ‘.org’, ‘.edu’, ai quali si aggiungono i suffissi nazionali come il ‘.it’, a un numero potenzialmente illimitato, in qualsiasi lingua e con qualsiasi significato.

Se sarà una rivoluzione come preannuncia la Icann lo vedremo. Anche l’introduzione dei caratteri non occidentali nei domini, quelli arabi ad esempio, era stata annunciata come tale, ma in realtà non lo fu. Il grafico riportato qui sotto mostra la differenza ancora abissale fra il ‘.com’ e il resto del mondo, a confermare che Internet è tutta una questione di abitudini difficili da scalzare.

Che ci fossero problemi di spazio era diventato sempre più evidente, non solo per l’incremento delle lingue usate in rete ma anche per la svolta verso l’adozione del protocollo IPv6 e il più ampio spazio di indirizzamenti che ne deriva.

Solo in Italia, a oggi i ‘.it’ sono oltre due milioni (su 48.678.160 indirizzi IP) e i dati mostrano che alla fine del 2010 il 57% dei domini è stato registrato da società e compagnie, quelli registrati da individui privati il 29,6%, il 5,76 per cento da professionisti e freelance, il 4,48 da organizzazioni no profit.

Le insidie all’immaginazione però, ci sono e come, a partire dalla confusione che si potrebbe creare per consumatori e compagnie. Potrebbe aumentare il rischio di phishing, ovvero la richiesta di dati personali a fini di truffa. Scrivere mail fasulle per sfilare password e dati bancari agli utenti, ad esempio, potrebbe essere più facile se qualche malintenzionato decidesse di investire su ‘.banca’ per registrare poi domini come ‘intesasanpaolo.banca’ o ‘bnl.banca’ e catturare i dati di accesso all’homebanking degli utenti degli istituti.

E se il futuro riserva per la sicurezza della rete le insidie che ha riservato negli ultimi sei mesi, segnati da attacchi continui, a cominciare dal furto dei dati di 77 milioni di utenti fino agli attacchi ai siti di Sony, Citygroup, PBS, Lockheed Martin, la rivoluzione dei domini potrebbe rivelarsi una buona notizia sopratutto per le grandi aziende, in grado ora di poter usare il loro brand nei siti web, qualcosa del tipo ‘iPad.apple’.