Camicia rossa, in piedi sul palco allestito tra le imponenti torri di ferro, ricorda il prozio Enrico, minatore. Ma a parlare davanti a settemila persone assiepate nell’ampio piazzale della “Grande miniera di Serbariu” a Carbonia (città capoluogo del Sulcis), non è un sindacalista, bensì Francesco Guccini. Così, in un caldo sabato sera preludio d’estate, questo luogo riprende vita. Una volta simbolo di un benessere economico del territorio che non c’è più, ma soprattutto di battaglie sindacali e duro lavoro nella zona sud occidentale della Sardegna. Il concerto di Guccini non è il primo spettacolo in quello che ora è diventato “Museo internazionale del carbone”, ma forse è quello che si sposa meglio con il contesto.

Lui è felice, e lo dice chiaro, di cantare qui la sua ‘Amerigo’, pensata per quel prozio nato sull’Appennino e poi partito per l’America in cerca di lavoro nella miniera. “Non so cosa facesse esattamente, ma sicuramente non era molto diverso da quello che succedeva qui, le miniere sono tutte uguali e il lavoro è duro ovunque”, dice tra gli applausi. Del resto, per avere la percezione di quello che succedeva nelle viscere della terra, basta soffermarsi sulla scritta a caratteri cubitali nella facciata del magazzino, ora museo, all’ingresso del piazzale: “Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, in obbedienza, e possibilmente in silenzio”. Un pensiero, anzi un imperativo, che porta la firma di Benito Mussolini, fondatore della città del carbone diventata poi ininterrottamente roccaforte rossa. E’ qui che, anche alle ultime elezioni, il centrosinistra ha vinto al primo turno con il 63 per cento. Una scritta cancellata in segno di liberazione alla fine del Ventennio fascista, poi riemersa nel 2004 nel corso dei lavori per la riconversione a fini turistico-culturali della miniera.

Guccini deve averla sicuramente notata, varcando il cancello che porta al piazzale. “In fondo non c’è molta differenza tra questa miniera e quelle della Pennsylvania“, commenta. Sotto le torri di ferro che guidavano gli ascensori con i minatori nel cuore della terra per l’estrazione del carbone, il pubblico canta e balla, accompagnando Guccini e la sua band. Un pubblico quanto mai eterogeneo, fatto di adulti un po’ attempati ma anche giovanissimi. Conoscono a memoria le sue canzoni e lui si trattiene sul palco per quasi due ore e mezza, alternando come di consueto la musica ai commenti e agli aneddoti. Come quello del toscano che prese a ceffoni il nipote perché “non voleva cantare ‘L’avvelenata’”, o i discorsi e l’amicizia con l’uomo che ispirò ‘Il pensionato’. I ricordi del servizio militare a Trieste introducono ‘Eskimo’.

Giusto qualche sosta, tra un brano e l’altro, per “sorseggiare l’ossigeno”, ovvero il vino fresco che non deve mancare mai: “Ognuno ha l’ossigeno che si merita”, scherza. C’è il tempo anche per i fatti più attuali, come i referendum sul nucleare e Silvio Berlusconi: “Ci hanno riprovato, ma gli è andata male. Poi ci dicono che tanto siamo circondati dalle centrali – conclude Guccini -, ma è un po’ come la storia del vicino di casa: siccome lui ha l’abitudine di cimentarsi nel peto, tanto vale che lo facciamo tutti”.