Italiani all’onore negli Stati Uniti, nel 150° anniversario della nostra unità: se ne celebra il ruolo nella “rivoluzione” americana. Ma italiani pure nella polvere degli stereotipi. Accade tutto in California (e raccontano tutto il San Francisco Chronicle e pure il Los Angeles Times).

Da una parte, nasce un museo dell’indipendenza americana che dà spazio all’influenza del pensiero illuministico italiano, a cominciare da quello del Beccaria, sui Padri fondatori degli Stati Uniti – che però sulla pena di morte se ne sono infischiati. Dall’altra parte, deputati dello Stato della California si insultano in aula e si prendono a spintoni quando uno di essi, repubblicano, irrita i colleghi, specie quelli di origine italiana, paragonando con disprezzo un progetto di legge “a una polizza d’assicurazione venduta da Tony Soprano”, il protagonista dell’omonima serie televisiva, italo-americano e mafioso, di casa tra New York e il New Jersey. Invitato a scusarsi, il repubblicano, che deve avere frequentato la “scuola Brunetta”, peggiora le cose: lo farà, afferma, con quegli italo-americani, se mai ve n’è uno, che non abbiano le mani in pasta con la mafia e che non siano capaci di truffe.

Che brutta nomea ci portiamo dietro, fino a nove fusi orari di distanza. Certo, le cronache che arrivano dall’Italia fino in California non migliorano la situazione: la stampa estera parla del “giro di vite xenofobo” dato da Berlusconi ai suoi programmi “per contentare la Lega”. Ma “il Beccaria”, che gli americani l’abbiano in gloria, non era un lumbard di Milano? Magari “il Bossi” ne facesse un’icona della Lega.

Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2011