Io e mio cugino siamo diventati calciatori sparando pietre contro la saracinesca di un negozio che vendeva materassi in via dei Castani. Erano gli anni in cui Centocelle era lontano da tutto, in cui il tram numero dodici era l’unico mezzo che poteva farti attraversare la frontiera e arrivare a Roma, in cui quando pioveva ti ritrovavi ancora in mezzo al fango perché l’asfalto non c’era, in cui alla scuola elementare c’erano i tripli turni.

Le nostre madri, spaventate dall’idea di ritrovarsi ad uscire di casa alle quattro del pomeriggio per accompagnarci a scuola, ma soprattutto di tornare a prenderci alle otto di sera, erano riuscite ad iscriverci alla scuola privata. Mio cugino abitava di fronte alla fermata del pullman della scuola. Avrebbe potuto tranquillamente uscire di casa alle 8 e 7, tre minuti prima del passaggio del pullman. Invece no, l’appuntamento era alle 7 e 50, perché noi dovevamo giocare la nostra partita con la pietra, il nostro pallone, e ammaccare ogni giorno di più la saracinesca. La partita durava un anno scolastico: iniziava ad ottobre e finiva a giugno. Risultati vertiginosi. 135 a 127, 131 a 142.

A sei anni è nato il mio rapporto con il calcio. Da allora ho giocato male nei tornei giovanili; ho fatto per sedici anni l’arbitro arrivando ad arbitrare in serie D il calcio e  nelle partite internazionali il calcetto; ho insegnato tattica per due anni ai bambini della Scuola Calcio di una squadra di serie B svizzera; ho ripreso a giocare e a mettere in campo squadre a livello amatoriale. E ancora gioco, sempre male. Diciamo che è da trentasei anni che mediamente una volta e mezza alla settimana sono su un campo di calcio, per circa quarantasette settimane all’anno.  E diciamo anche che vedo mediamente cento partite all’anno, di qualunque serie e categoria, ovunque mi trovi.

Ora capite bene che quando ciclicamente ci ripropongono l’idea che molto di quello che vediamo da spettatori di calcio è falsato da losche manovre volte a pilotare i risultati, il mio primo istinto è la ribellione. Ci credo, forse lo so,  ma me ne frego. Perché il calcio per me rimane l’incredibile gol di Rooney che ha fatto il giro del mondo; rimane il sudore di mio figlio dopo una partita del campionato Pulcini; rimane il Gubbio in serie B e il Novara in serie A; rimane la stretta di mano all’avversario della partita di stasera che aveva trent’anni meno di me e che mi ha fatto dannare su quella maledetta fascia sinistra; rimane Baggio Maradona Pelè Platini Totti Cassano Van Basten;  rimane il candore dei giocatori come Tommasi; rimane la classe innata di Giacomino, il piccolo compagno di mio figlio, che probabilmente non lo farà diventare un calciatore ma lo farà divertire tanto nella vita; rimane il magico mistero di gioco e sogno di una qualunque partita in un qualunque stadio del mondo, quello che ho respirato in tutta Italia, ma anche a Madrid, anche in Africa, anche in Bolivia, sempre lo stesso magico mistero.

Quando arbitravo, la mia categoria fu sconvolta dalla scoperta di campionati regionali truccati e pilotati proprio dagli arbitri, che si vendevano le partite per una damigiana d’olio o una catenina d’oro o qualche centinaio di migliaia di lire. Io in quegli anni ero una promessa che però, essendo fuori dai giochi sporchi, ogni anno a fine campionato veniva relegata ad arbitrare partite inutili, che non mi consentivano di andare avanti nella carriera. Solo quando scoppiò il grande scandalo mi feci una ragione di quello che mi accadeva. Ma non ho mai provato rancore verso chi, imbrogliando, ha rallentato la mia carriera. Io comunque ogni volta che scendevo in campo mi divertivo, anche quando le partite erano di una noia mortale e non si aspettava altro che il fischio finale per tornare a casa, perché in quelle partite all’improvviso poteva arrivare la giocata geniale che ti faceva amare ancora di più questo gioco.

Proprio come ha fatto Paoloni, il portiere coinvolto nell’ultimo, ancora aperto, scandalo delle scommesse, che nella partita che doveva perdere ha compiuto parate memorabili che hanno impedito agli avversari di segnare anche un solo gol. Io, sì, lo voglio dire, lo ricorderò più per quelle parate emozionanti, che non per gli imbrogli avvilenti di cui è stato artefice e vittima.

E il prossimo anno mi faccio l’abbonamento alle partite della Roma.