D’accordo, il titolo non è originale. L’Italia s’è desta, La fine di un’era/del Caimano/del berlusconismo e simili fanno furore. Però io ci ho messo il punto interrogativo e, questo sì, è originale, nel clima euforico del dopo-referendum.

Lo ammetto, avevo sottovalutato (e pare di parecchio) i miei connazionali in patria. Non mi aspettavo un simile risultato alle amministrative, anche se (o forse proprio perché) sarebbe stato logico. E se, qualche giorno fa, ero partito di buon’ora da casa mia per farmi un’oretta di tram e recapitare la busta con le schede del referendum al consolato italiano a Bruxelles, non era perché credessi davvero in un risultato positivo. Era, più banalmente, perché il consolato mi aveva mandato le schede all’indirizzo sbagliato. Il nuovo inquilino per fortuna me le aveva spedite a quello giusto, ma erano arrivate tardi e la posta belga non avrebbe sicuramente permesso di rispettare la scadenza per il voto. Allora, non sapendo e nemmeno immaginando che il declino italico fosse arrivato al punto di distribuire schede sbagliate e privarmi di uno dei pochi diritti costituzionali di cui ancora godo e che pratico regolarmente, ci ho messo un po’ di buona volontà per fare il mio dovere di cittadino (all’estero).

E poi il botto: quorum raggiunto (nonostante, ce ne scuserete, noi italiani all’estero), e quattro sì sonanti, di cui uno sul legittimo impedimento. Insomma, pare che dopo un ventennio di sonno alla Biancaneve (qualche sociologo dovrebbe gettare luce su perché proprio un ventennio), gli italiani si siano svegliati.

Certo, i segnali non mancavano, e quando sono tornato a maggio nella mia Torino natia mi sono stupito di quanto fosse cambiata. Innanzitutto per la dinamicità (raduno degli Alpini e partenza del Giro d’Italia nello stesso weekend!); ma anche per l’abbraccio della città (a forte sostegno leghista) ad uno dei simboli dell’identità nazionale quale gli Alpini. Infine, ho capito che il centrodestra si stava ubriacando di potere leggendo i manifesti elettorali di un candidato che dicevano: “Torino è in rosso. Cambiale colore!”. Il candidato era un certo signor Marrone. E c’è un limite a tutto.

Adesso, dopo le batoste elettorali, anche i giornalisti paiono svegliarsi come Biancaneve; dopo un ventennio di profilo basso fioccano gli articoli critici verso il potere. Forse che il Fatto dovrà trovarsi una nuova nicchia? Di questi articoli, uno mi è stato segnalato e mette nero su banco quello che io, come credo molti di voi, ho sempre pensato, ma che nessuno sembrava voler accettare. Si tratta dell’articolo Caro Economist, stavolta ti sbagli pubblicato dal Sole 24 Ore del 14 giugno. Se non l’avete ancora letto vi consiglio di farlo, a me ha dato uno strano senso di straniamento leggere certe posizioni sul giornale di Confindustria.

Ma torniamo al punto di domanda. Ci vuole, il punto di domanda, e grosso come una casa. Ecco perché:

  • Una vera alternativa al berlusconismo continua a mancare. Tra i vincitori delle amministrative si contano outsider come De Magistris e le liste di Grillo, testimonianza di un’avversità degli elettori al “teatrino della politica” che difficilmente potrà trovare uno sfogo nel centrosinistra, soprattutto a livello nazionale. Non dimentichiamo che i referendum sono stati promossi da Di Pietro & Co., ancora una volta nonostante l’establishment;
  • I danni prodotti da vent’anni di sonno delle coscienze sono a mio avviso profondi, più di quanto non appaia. Il Sole 24 Ore ne dà un resoconto parziale ma azzeccato. Per quanto riguarda l’immagine dell’Italia all’estero, ho cercato di parlarne nel mio blog e ci vorrà moltissimo lavoro e tempo per riparare ai danni di immagine;
  • Il ricambio generazionale continua ad essere impedito e negato. Una classe politica ed un’élite di vecchi continua a rifiutare di passare la mano, bloccando il Paese in una stagnazione economica, sociale e psicologica.

Questa è la mia analisi del mio Paese, in un momento chiave, visto da lontano. Però ora sono più ottimista. Mi avete già stupito e sbugiardato una volta. Spero di poter ammettere presto che mi ero, ancora una volta, sbagliato.

Ps. I miei quattro lettori avranno notato che il ritmo di aggiornamento del blog è catatonico. Purtroppo ultimamente lavoro ogni sera, ogni fine settimana e ogni giorno di vacanza. Spero di aver presto occasione di parlare anche di questo, oltre che di identità nazionale, della mia esperienza di presentazione dell’Europa agli alunni del mio vecchio liceo, e di altre cose che mi girano per la testa ma che non ho mai l’opportunità di mettere per iscritto.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri post del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.