Musicalmente la loro scena di riferimento è quella Sixties (sono beatlesiani fino al midollo), con uno sguardo rivolto alla West Coast americana e il cuore che batte forte per il britpop; hanno un’estetica che affonda nel Mod e un nome anglosassone, anche se loro sono italianissimi: stiamo parlando dei milanesi Radio Days i cui componenti Dario Persi (voce e chitarra), Omar Assadi (alle chitarre), Mattia Baretta al basso e Paco Orsi alla batteria, hanno confezionato un lavoro di tutto rispetto, C’est la vie, un disco breve ma intenso grazie alla miscela esplosiva che i quattro ragazzi sono riusciti a creare.

Con muri di chitarre e una voce adatta a interpretarli, i Radio Days già dal primo ascolto danno l’impressione di credere in quel che fanno e senza dubbio hanno enormi potenzialità e ampi margini di crescita, grazie soprattutto alla dedizione, alla loro bravura e alla genuina voglia di suonare.
Episodi come Sleep it off e One by One mostrano poi un buon talento per la composizione di brani a presa rapida ma tutt’altro che banali, intrisi di energia ed entusiasmo. C’est la vie si pone come ideale compendio della recente storia della musica pop e rock, è un album che guarda ai mitici anni Sessanta, ma non disdegna di tradire la propria età anagrafica, con un approccio eretico che tradisce i modelli di riferimento e ne contamina addirittura la formula. Il brano d’apertura è la graffiante Spinning Round the Wheel, mentre merita particolare menzione la bellissima Elizabeth classico brano da radio con una componente vintage davvero piacevole.
Nonostante sia una formazione giovane, i Radio Days hanno già pubblicato diversi Ep prodotti da label straniere e fatto tour in Inghilterra, Danimarca e Svezia. Per conoscerli meglio abbiamo intervistato uno dei fondatori della band nonché autore di gran parte dei testi delle canzoni, Dario Persi.

Come nascono i Radio Days e a cosa si deve il nome?
Con questa formazione, la più longeva, suoniamo insieme dal 2008. Per quanto riguarda il nome, Radio Days rievoca un periodo figo della storia del rock’n’roll, quando ascoltare musica alla radio era possibile e soprattutto esaltante. Più che di un reale periodo storico (’50? ’60?) si tratta di sensazioni e di immagini collettive che rievocano tempi spensierati, voglia di trasgressione e una sorta di malinconia-nostalgia per i tempi andati. Energia e melodia. Un’altra risposta potrebbe essere: per via del fantastico film di Woody Allen. Una terza è: l’aveva scelto il nostro primo batterista che non è più nella band da ormai 6 anni…

Come vi siete formati artisticamente?
Ascoltando tanta musica. Può sembrare una risposta estremamente banale, anzi la è, ma è la pura verità. E’ davvero fondamentale ascoltare tanta musica. Ovviamente quando si è giovani e inseperti, nel ruolo di ascoltatori, spesso non si fa particolare attenzione. Crescendo si riesce a carprire il meglio, in maniera soggettiva, da quello che ascolti. I Radio Days arrivano dal punk rock e questo ha dato delle fondamenta solide che danno spessore alla nostra musica, in appoggio alle melodie che fanno da padrone. Ovviamente siamo maturati e ora suoniamo musica totalmente diversa, influenzata dalla British Invasion, ma anche da artisti italiani degli anni Sessanta e Settanta.

Come consideri la musica ai tempi di internet?
Sicuramente Internet ha ampliato il bacino di ascoltatori. Promuoversi è diventato più semplice come anche recuperare musica di terzi. Ci sono dei pro e dei contro in tutto ciò. Dal gruppo valido che ha più possibilità di essere valorizzato a quello che dopo pochi mesi non esisterà più.

Con tutti gli strumenti che oggi gli artisti hanno a disposizione, come credi possa evolversi la musica?
Nella storia della musica (almeno di quella rock/pop) ci sono sempre stati dei grandi ritorni al passato. Il “riprendere” qualcosa di già fatto e farlo tuo, per portare avanti ciò che ti ha impressionato e formato. Purtroppo al momento, specialmente nel mainstream, non troviamo nulla di emozionante. La musica, ora come ora, viene scritta per vendere. Se una volta chi faceva impazzire le masse erano gruppi come i Beatles ora ci ritroviamo Lady Gaga. Sono altri tempi ma è evidente che ormai i pesi si sono spostati verso altri metri di giudizio, dove la musica in se, quella ben scritta e ispirata, è passata in secondo piano.

Cosa pensi dell’Italia musicalmente parlando?
Se prima ragionando sul presente mainstream globale dicevamo che non vediamo nulla di interessante eviteremmo volentieri di spendere parole per quello nazionale. Quindi diciamo che attualmente nel nostro Belpaese è possibile invece recuperare parecchi dischi di gruppi ‘underground’ che portano avanti il buon gusto. Ottimi gruppi come i Bad Love Experience (nostri compagni di etichetta) o i Record’s che hanno prodotto dischi inviadiabili. Ci sono tanti gruppi che meriterebbero di più, questo è sicuro.

Partecipereste a uno dei vari reality show?
L’idea è talmente fuori dal nostro mondo che sinceramente non ci abbiamo mai davvero pensato, se non per ipotizzare situazioni paradossali dove finiamo a cantare una improbabile Eleonore/Scende la pioggia con Gianni Morandi in prima serata su Rai1, farebbe davvero ridere. In ogni caso sarebbe come smantellare la nostra etica. Va bene il vil denaro, ma c’è un limite a tutto… diciamo.