Sì, sì, sì e ancora sì. Alla gioia e al sollievo per i risultati referendari, si accompagna da subito un’altra sensazione, più intensa, più forte, al pensiero dell‘impegno e della partecipazione che hanno reso possibile questa vittoria. Da chi ha organizzato iniziative e dibattiti a chi ha bussato e volantinato nel proprio condominio, da chi ha scritto articoli a chi si è preoccupato di accompagnare i nonni a votare. Insomma i tanti modi in cui ciascuno ha partecipato per il bene di tutti, in cui ha generato idee per invitare in questo lavoro comune ancora un altro e ancora un’altra.

Un  lungo lavoro che conferma che è vero, è sempre più visibile, quel che si avverte ormai da un po’. C’è un cambiamento in atto, qualcosa che si muove, molto al di là di un risveglio dei partiti della sinistra (anzi decisamente altrove), molto più vicino a un desiderio e a un impegno che si dà “per trasmissione e per contagio” tra gruppi, comitati, movimenti, singoli cittadini e cittadine. Senza cedere all’illusione di una strada semplice – anzi con l’impressione che il difficile sia proprio ora non far sfumare questa energia, non lasciarla in mano ad altri che la pieghino a fini già previsti, a possibilità già scritte nella dialettica monotona dei partiti e dei gruppi di potere – si può forse pensare che,  se non è ancora presente un nuovo corso, perlomeno si è fatto spazio perché ci sia.

E questo spazio ha una continuità precisa con le mobilitazioni e i movimenti che negli ultimi anni hanno attraversato il Paese; deve la sua possibilità a chi ha messo al centro delle proprie lotte – dagli studenti alle donne ai lavoratori, precari e non, ai cittadini, più o meno organizzati – non la semplice indignazione, ma il riferimento costante al futuro, ai beni comuni, alla terra, ad una concezione di ricchezza che non si accontenta delle misure della statistica e chiama in causa le vite concrete, l’esperienza di ciascuno e ciascuna.

Movimenti che hanno saputo volgere la tentazione diffusa dell’anti-politica in una sfida ai meccanismi della rappresentanza come pura delega ad altri, e che condividono con altri percorsi portati avanti nel resto d’Europa e del Mediterraneo, dall’Inghilterra all’Egitto, dalla Spagna alla Tunisia – affini pur nelle inevitabili differenze – la necessità di riportare la politica alla dimensione della presenza e del fare insieme, alle intelligenze e alle aspirazioni, al desiderio di giustizia e di una nuova cittadinanza.