Istanbul – Una maggioranza praticamente assoluta, una vittoria a valanga: ma la supermaggioranza non c’è. Questo il responso delle urne, per il rinnovo della Grande assemblea turca: Akp, il partito d’ispirazione islamica del premier Recep Tayyip Erdoğan al governo dal 2002, 49,9 per cento e 326 seggi (+ 3,3 per cento e -15 seggi rispetto al 2007); l’opposizione kemalista del Chp, guidato da Kemal Kılıçdaroğlu, 25,9 per cento e 135 seggi (+ 5 per cento e + 23 seggi); il partito nazionalista Mhp dello storico leader Devlet Bahçeli 13 per cento e 53 seggi (- 1,3 per cento e – 18 seggi); tutti gli altri partiti rimangono ampiamente sotto la soglia di sbarramento del 10 per cento, vengono invece eletti 36 candidati indipendenti: per la maggioranza curdi, insieme al candidato aramaico di Mardin Erol Dora. Alcuni dati possono sembrare anomali: com’è possibile che, in un sistema proporzionale, l’Akp guadagni voti e perda seggi? Perché i seggi vengono attribuiti su base provinciale: l’incremento distribuito in tutto il paese non ha fatto scattare seggi supplementari, il secco arretramento nel sud-est curdo (- 10 per cento) ha fatto perdere quozienti elettorali e seggi importantissimi.

Risultato: non solo l’Akp non ha conseguito la supermaggioranza dei 367 seggi necessaria per approvare autonomamente una nuova Costituzione, ma è rimasto sotto i 330 che servono per assicurare la perfezionamento dell’iter prima di un referendum di conferma. Conseguenza: per riscrivere la costituzione ,Erdoğan non potrà fare da sé e avrà bisogno di scendere a compromessi con le forze d’opposizione o con qualcuno dei candidati indipendenti; e il suo sogno presidenzialista diventa perciò una chimera: il suo progetto de resto ha anche oppositori interni, non ultimo l’attuale capo dello Stato e co-fondatore dell’Akp Abdullah Gül.

Il successo del partito di governo è stato in ogni caso travolgente, con un incremento di addirittura 10 punti percentuali rispetto alle amministrative del 2009: gli elettori hanno apprezzato 9 anni di buon governo, la crescita economica, le riforme democratiche, le aperture verso le minoranze, lo status ritrovato di potenza regionale che aspira a diventare globale; mentre non hanno fatto breccia le accuse strumentali – nazionali e internazionali – di derive autoritarie. La decisiva sconfitta nel sud-est deve però far riflettere: l’Akp non ha fatto abbastanza per risolvere il problema curdo, gli sforzi vanno intensificati.

Il risultato del Chp, invece, è incoraggiante ma al contempo deludente: Kılıçdaroğlu, nel suo discorso post-voto, ha parlato di un partito più forte, della migliore percentuale dal 1982 costruita in soli 6 mesi di lavoro (il tempo che ha passato alla sua guida); ha posto come obiettivo il ritorno al governo nel 2016: di un partito più democratico e più liberale. Tuttavia, le aspettative erano ben altre, non inferiori al 30 per cento: e la leadership di Kılıçdaroğlu subirà sicuramente gli assalti di chi, all’interno del Chp, si oppone al cambiamento; del resto, una lettura approfondita dei numeri rivela che il partito kemalista ha ben figurato solo nelle zone occidentali (e a Tunceli, città natale del leader), approfittando dell’aumento demografico e dei seggi a disposizione, del calo dell’Mhp e della scomparsa del DP (6 per cento nel 2007): all’Akp, invece, non sottrae né voti né seggi. Per l’Mhp, poi, solo guai: non ha pagato più di tanto lo scandalo sessuale, ma ha perso ogni spinta propulsiva e vede la sua presenza parlamentare drasticamente ridotta; il lungo regno di Bahçeli potrebbe essere arrivato al capolinea.

Erdoğan è invece il vero trionfatore: un successo personale, in cui ha messo prepotentemente la faccia – nei manifesti giganti, nei comizi un po’ ovunque, in interviste alla tv. Questo il “discorso dal balcone”, dalla sede dell’Akp di Ankara: niente arroganza del vincitore, la promessa di essere modesto (mütevazi); il rinnovato appello – alle altre forze politiche, alla società civile – per scrivere insieme una Costituzione che assicuri a tutti più libertà e più diritti: basata sui principi di fratellanza (kardeşlik), di unità (birlik), di solidarietà (dayanişma); la rivendicazione della filiazione politica democratica da Menderes e Őzal, la comunanza dell’obiettivo prioritario di modernizzazione del paese col padre della patria Atatürk; l’invocazione di diritti, giustizia e libertà per i “popoli fratelli” del Medio oriente, dei Balcani e del Caucaso.

di Giuseppe Mancini