Una volta c’era Clemente Mastella a rendere divertente e un po’ arcaica la politica italiana. Ora c’è Scilipoti. Ma anche Saverio Romano, un avvocato palermitano fatto recentemente ministro per l’Agricoltura da Berlusconi per puntellare con qualche voto “responsabile” il governo, non è male. Per la sua “franchezza” e la sua “semplicità”. Perciò il servizio del Corriere della Sera (12 giugno 2011) dedicato a “le dichiarazione e i moniti” del personaggio, una mezza paginata firmata peraltro dal brillante Fabrizio Roncone e titolata: “‘Un passo indietro per avanzare’. I proclami del ministro Romano” prometteva scintille. Si va a leggere e si scopre che si cuciono insieme una serie di sue dichiarazioni che dovrebbero, in una qualche maniera, ridicolizzarlo.

1) Una sua email: “Orgoglioso, anche nel vino siamo i primi al mondo”. Questo, per Roncone, aprirebbe “uno straordinario interrogativo: in cos’altro, il nostro Paese, è tra i primi al mondo?”. Eppure, ad esempio, la qualità del nostro olio, le nostre bellezze naturali, la dieta mediterranea, le città d’arte, i beni culturali, la moda e qualche altra cosa legittimerebbero ampiamente quell'”anche” di Romano.

2) “Servono più controlli, più competitività, più made in Italy per essere riconosciuti”, detto ai produttori dell’Oltrepò pavese.

3) “Tra i fondatori dei ‘Responsabili’ berlusconiani e leader del Pid, Popolari italiani di domani, un partito che nonostante sul territorio nazionale sia intorno all’1%, egli non esita a definire ‘il vero centro del centrodestra’”. E allora? Mica ha detto centrone. Avrebbe potuto dire centrino, se si fosse riferito alle dimensioni del suo “movimento” (peraltro così… poco rilevante da aver portato Romano all’incarico ministeriale). Ma Romano ha semplicemente detto di essere al centro del centrodestra. Che forse è persino un dato reale.

3) “Tranquilli, l’agricoltura avrà un futuro”, detto a pastori sardi che protestavano sotto il ministero. “Una frase abbastanza strepitosa”, per Roncone. Una frase tuttalpiù banale, comunque detta in un Paese che ha colpevolmente penalizzato per decenni l’agricoltura in un mondo nel quale essa stava riacquisendo un ruolo rilevante, prefigurando per la nostra agricoltura di qualità appunto “un futuro”.

4) Ancora più “strepitosa” per Roncone è la frase pronunciata da Romano alla Confederazione italiana agricoltori: “Un passo indietro per fare un passo avanti e difendere i nostri agricoltori con una filiera equilibrata evitando conflittualità”. Roncone non precisa a quale proposito il ministro abbia pronunciato questo ossimoro di stampo moroteo (e Moro fu un gigante della politica, anche se spesso miopemente “ridicolizzato” dai giornalisti radicali dell’epoca). Se l’agricoltura, nel caso in specie, stesse per essere investita mentre attraversa la strada, sarebbe certamente saggio – e avrebbe un senso – fare “un passo indietro per fare un passo in avanti”.

5) “Non amo gli ogm. Ho un atteggiamento laico, capisco che è difficile frenare gli ogm…”. Una confessione, certo, di indecisione e di imbarazzo, persino di incoerenza: ma non è più o meno questo, per ora, l’atteggiamento complessivo del Paese e forse un po’ di tutti i paesi, di fronte agli ogm?

6) “Non credo che il governo tedesco stia gestendo al meglio questa emergenza”, detto a proposito della vicenda del batterio-killer, che ha seminato morte in mezza Europa. E allora? Dov’è lo sproposito?

7) Sul referendum, infine, Romano ha detto: “No, io non andrò a votare perché ritengo l’istituto del referendum diseducativo per la democrazia rappresentativa”. Intanto, osserva perfidamente Roncone, “come sappiamo, è però previsto dalla Costituzione, articolo 75”. Eppure, anche a chi è ferocemente convinto della utilità/necessità di andare a votare per questi referendum ed è sempre andato a votare, non sfugge il fondo di legittimità concettuale e politica della distinzione che in quella dichiarazione un vecchio democristiano come Romano tiene a mettere in campo, anche se per giustificare la sua convergenza sulle indicazioni di Berlusconi (i referendum sono “democrazia diretta” e la “democrazia rappresentativa” indiretta). Poi, in Costituzione c’è anche la possibilità e il diritto di astenersi dal partecipare ai referendum. E infine, al di là della strumentalità delle argomentazioni di Romano nell’occasione, ci sono convinti democratici, anche di sinistra, che legittimamente ritengono “diseducativo”, propagandistico, strumentale – e persino intimamente anti-democratico – l’uso che dei referendum si è fatto spesso in Italia. Comunque, caro Roncone, che c’è da ridere? Dove sono il “personaggio” e i “moniti” strepitosamente divertenti che in effetti Romano e quel titolo credibilmente promettevano?

Ciò che è, che ha fatto e che dice Romano meritano molto di più. Sia per poterne ridere o anche solo sorridere, sia soprattutto per la gravità del contributo che questi personaggi danno – da tempo, nel caso specifico di Romano – allo svuotamento e all’imbarbarimento delle istituzioni democratiche, a Roma e nel Sud.