Gli spettatori saranno stati diciannove, ventimila o ventunmila. Quello che conta, però, è che Imola in musica ha incoronato il suo re. Francesco De Gregori, spesso chiamato “principe”, ha suonato, cantato e soprattutto si è esibito sul palco di una affollatissima tre giorni di concerti live tra le strade di Imola.

Piazza Matteotti stracolma per un concerto di inizio estate, oltretutto gratuito, con un De Gregori in forma assoluta. Cappellino piccino e occhiali scuri, completo leggero e t-shirt grigia, il “principe” è da tempo alla ricerca di un’alchimia da palco, di una performance d’insieme che sembra oramai aver trovato un suo nuovo stabile equilibrio.

Prima di tutto apertura felice per un De Gregori che si è trasformato in delicato direttore d’orchestra. Usa la mano sinistra, la muove ondeggiando, dirige la melodia, coordina l’arpeggio, disegna il tempo dei tanti, inimitabili, infiniti successi.

Secondo: l’austero cantautore si è contornato di una band che sembra una fucina del suono. Le chitarre che accompagnano pezzi memorabili come Compagni di viaggio, piuttosto che Titanic, sembrano essere nate per coccolare i versi sinestetici del nostro.

La prima parte, che è stata una buona ora di concerto, è una summa dell’anima rock che il cantautore romano ha oramai fatto sua da almeno una decina d’anni. Tanto che è L’agnello di dio, groove elettrico che strappa, strazia, taglia l’ascolto, a emergere e farsi largo con prepotenza. Brano tratto da quel Prendere e lasciare (1996) che significa il definitivo abbandono del vecchio impianto melodico anni ’70 per una musicalità e poetica ancor più aggressiva e matura.

Certo è che questo live, giocato su un continuo cambio strumenti e su una scaletta rodata e decisa nei minimi particolari, rimarrà nella storia perché ha aperto lo spazio alla leggenda.

De Gregori può decisamente permettersi di inanellare parecchi pezzi poco conosciuti e riconoscibili, il settimo, ottavo brano del cd, quello a cui ci si arriva una volta su cinque quando si ascolta il disco, senza che nessuno fiati, anzi.

Ed in questo che il principe è davvero insuperabile. Proprio perché i fan, ed erano tanti ieri sera a Imola, dai venti ai settant’anni, succhiano avidamente le note dell’ultimo disco, non felicissimo, Per brevità chiamato artista. Grande verve sul rock blues davvero curioso di Finestre rotte per poi scivolare dentro al gorgo godurioso della memoria.

E via con un Sempre e per sempre che lascia ogni volta sconvolti per come questo poeta della canzone italiana sia riuscito a sfiorare le corde dell’intimo lasciandole vibrare per secoli. Fino ai tradizionali La donna cannone, Buonanotte fiorellino (sempre irriconoscibile nell’attacco), una Atlantide d’antan e chiosa superiore ed assoluta con un Generale che è storia dell’Italia intera.

Chi come noi ieri sera c’era se lo ricorderà per parecchio tempo. Chi non c’era, mai come stavolta, non sa che si è perso.