Trentaquattro anni, una lode in chimica e tecnologia farmaceutiche. E 450 euro al mese di stipendio come precaria, per via di una raccomandata persa dalle Poste Italiane, che se fosse arrivata a destinazione avrebbe potuto consentirle un buon posto di lavoro all’Università. E ora, anche la beffa di dover rimborsare più di 3mila euro, proprio alle Poste, per via di un ricorso perso. E lo sconforto di chi si sente solo e inerme di fronte a una giustizia che non capisce.

La storia, surreale, è quella di Paola Cutugno, una giovane laureata di Messina, che nel 2009 decide di partecipare ad un concorso all’Università di Pavia. La farmacia in provincia di Terni in cui ha lavorato fino a quel momento sta per chiudere e lei decide di cercare altre opportunità in giro per l’Italia. “Entrare in Università – racconta Paola a ilfattoquotidiano.it – era sempre stata una delle mie aspirazioni. Vidi questo concorso per un buon posto di tecnico a Pavia, presso il Centro per l’Innovazione e trasferimento tecnologico. Era l’agosto 2009 e mi ci gettai a capofitto, anche se si trattava di spostarsi di centinaia di chilometri. Più di una settimana prima della scadenza inviai tutta la documentazione, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, fiduciosa di poter partecipare alle prove. Attesi qualche giorno e controllai dove fosse il mio plico, tramite il servizio di tracciabilità online della corrispondenza fornito da Poste Italiane. Risultava fermo a Roma e cominciai a preoccuparmi. A quel punto partirono una serie di telefonate al servizio assistenza clienti delle Poste e all’Università: la raccomandata non era arrivata, mancavano pochi giorni al termine utile per la ricezione, e dal call center delle Poste non riuscivano a dirmi precisamente cosa ne fosse del mio plico. Mi dissero di fare un reclamo per sapere qualcosa di preciso. Lo feci, ma nel frattempo il termine scadde e all’Università non avevano avuto nulla. Ero disperata”.

A questo punto la storia di fa ancora più interessante. La giovane farmacista dopo qualche giorno riceve una lettera dalle Poste in cui si dice che la raccomandata è andata persa e che le arriverà un rimborso. L’assegno arriva puntuale: 28,5 euro, dieci volte precise il valore della raccomandata. “Rimasi di stucco, indignata – spiega Paola – e decisi di non incassare, ma di rivolgermi a un avvocato, volevo fare qualcosa, mi sentivi presa in giro, non mi sembrava possibile che una opportunità così importante per me fosse sfumata così. Nel frattempo continuavo a cercare di capire con l’Università se c’era qualcosa da fare per rimediare, ma nonostante la disponibilità e la gentilezza del personale di Pavia, ormai la frittata era fatta”.

Paola, sconfortata, si rivolge a una lega consumatori di Terni dove le spiegano che ci sono gli estremi per fare ricorso, e con un avvocato decide di presentarlo. L’intento è quello di ottenere il risarcimento dei danni, in quanto non ammessa a partecipare al concorso. Danno da perdita di chance si chiama, le spiega l’avvocato. E le possibilità di vincere, aggiunge, sono buone, perché oltretutto da ricerche successive, emerge che al concorso sono presentati solo in cinque, e tutti con un punteggio di partenza più basso del suo. Insomma, quel posto Paola avrebbe potuto averlo sul serio, e ora non guadagnerebbe meno di 500 euro con un co.co.co. A valle di tutto questo, poco meno di due anni dopo l’inizio dell’intera vicenda, giustizia lampo in questo caso, il tribunale di Terni si è pronunciato e ha stabilito che Paola non ha diritto a nulla se non ai ventotto euro. E che oltretutto ora deve pagare 3.150 di spese legali alle Poste. “Sono disperata – dice la ragazza al telefono, e qui riesce a trattenere a stento le lacrime – io non li ho ora quei soldi, mi sento talmente presa in giro…”.

Ma come è possibile che le Poste abbiano vinto la causa e pur avendo perso la raccomandata ora siano loro in pratica a dover essere rimborsate? Lo spiega la sentenza del tribunale di Terni. Il cosiddetto “ristoro” in caso di perdita di raccomandata da parte delle poste è fissato da un decreto del presidente della Repubblica del 1973, il numero 156. Ed è costituito esclusivamente dl pagamento di un’indennità pari, appunto, a dieci volte il valore della raccomandata. Ventotto euro, in questo caso. Una tutela lascito di quando le poste erano un ente completamente pubblico e che è diventata progressivamente inattuale da quando la società guidata da Sarmi è stata trasformata in ente pubblico economico e società per azioni.

Su questo punto si è espressa anche la Corte Costituzionale nel 1997, riconoscendo che “il rapporto tra la amministrazione delle Poste e gli utenti dei servizi offerti si estrinseca in atti che perdono il carattere autoritativo ed assumono connotazioni contrattuali e che la progressiva assimilazione alla disciplina di diritto comune è ancora più accentuata nella prospettiva della trasformazione dell’amministrazione postale in ente pubblico economico in società per azioni”. Ma che, dato il carattere speciale e la complessità del servizio postale, va escluso l’obbligo di risarcimento oltre l’indennità pari a dieci volte il diritto fisso di raccomandazione. Linea sostanzialmente confermata da un’altra sentenza del 2002.

Ma mitigata da un’altra sentenza recente, la numero 46 del 2011, che per il caso di posta celere in ritardo, ad esempio, prevede che le Poste debbano pagare i danni. Una disciplina che è stata recepita solo in parte dal legislatore, con un decreto legislativo del 2003 (il numero 259). In pratica la vecchia dottrina della “non responsabilità” viene abrogata, ma restano fissi alcuni punti, come, in questo caso, quello del risarcimento prefissato. Di ventotto euro. Niente da fare quindi, per Paola, che ora si sta domandando se fare ricorso in appello. “Ho molta paura di finire a dover pagare ancora più soldi” – dice sconsolata – per cui credo che lascerò perdere”.

“Certo queste regole – spiega a ilfattoquotidiano.it Paolo Landi, presidente di Adiconsum – appartengono a un vecchio retaggio e costituiscono in qualche modo un privilegio. Tuttavia non è del tutto irragionevole che ci siano dei risarcimenti prefissati, vista la estrema complessità del servizio postale. Quello che mi viene da pensare, a parte questo, è che la ragazza forse non è stata ben consigliata dal punto di vista legale”. Rimane una possibilità, per evitare a Paola la beffa e il problema del 3mila euro da risarcire alle Poste? “Potrebbero decidere di soprassedere su questo punto” – dice Landi – qualche volta in passato è successo”.