Il tifo da mondiali di calcio che ha accompagnato l’elezione di Luigi de Magistris a sindaco di Napoli deve far riflettere.

Difficile non esaminare il fenomeno senza tirare in ballo il pieno esercizio della preferenza di voto, oggi nella sostanza precluso a tutti noi a livello nazionale da una legge che il suo stesso ideatore ha definito “porcellum”, e che ci ha regalato una politica fatta di veline e indagati, impedendoci di esprimere le preferenze sui singoli da eleggere. Difficile anche ignorare la giovanissima età della maggior parte di coloro che hanno gioito per la elezione del primo cittadino partenopeo.

Volendo cercare di analizzare il caso, quello che emerge dal trionfo elettorale di De Magistris e, soprattutto, dalle manifestazioni di giubilo per la sua elezione è a mio avviso il desiderio – soprattutto dei giovani – di riappropriarsi della democrazia. La voglia cioè di potersi esprimere in un mondo politico nel quale siamo relegati ad un ruolo molto limitato, tanto da far mettere in discussione addirittura l’ampiezza del concetto stesso di democrazia, posto, in primis, che la stragrande maggioranza dei nostri parlamentari è scelta, di fatto, dai capi delle segreterie di partito. Nel caso del sindaco, invece, la preferenza si esprime eccome. In questo caso è andata ad un Uomo che ha avuto il coraggio di denunciare le storture del sistema e di opporsi a ciò che a molti, in Italia, in fondo non piace. Un modello vero per i giovani, e non le veline/politiche del bunga bunga. Ed i giovani napoletani hanno voluto gridarlo a gran voce.

Volendo allargare gli orizzonti, non può infatti ignorarsi che sono ormai pochi i momenti in cui i cittadini sono realmente chiamati ad esprimere le proprie opinioni.

Una di queste è il referendum: pur con tutte le difficoltà costituite dal quorum, dal numero di firme richiesto per proporre il quesito referendario, dagli ostacoli giuridici di ammissibilità, i referendum sono infatti un appello a noi cittadini, chiamati a dire con un sì o un no che cosa vogliamo. Sempre più spesso, però, la politica sembra voler impedire tutto ciò e, quando non ci riesce, ignora gli esiti referendari approvando nuove leggi in contrasto con la volontà popolare. Anche in questa ultima tornata, che ci vedrà alle urne il 12 ed il 13 giugno, la classe politica, con un ultimo tentativo di colpo di spugna, ha varato in tutta fretta una norma che rischiava di bloccare il voto. Tale norma è stata (per fortuna) ritenuta non idonea a tal fine dalla Suprema Corte. Credo quindi sia giusto, a maggior ragione, dare una risposta democratica e rivendicare a gran voce il nostro diritto di esprimerci, andando a votare, se non altro per rispetto della sovranità popolare e di quel poco che ne resta oggi nei meccanismi di voto, ed anche a prescindere dalla nostra posizione ideologica sui quesiti referendari.

Rimane però il dubbio di fondo: siamo proprio sicuri che le attuali dinamiche della politica siano oggi in difesa della piena sovranità popolare dei cittadini e che certi meccanismi (pur astrattamente legittimi), al contrario, non siano utilizzati dalla politica addirittura per limitarne l’esercizio?

E allora … riprendiamoci la politica e, soprattutto, impariamo dai giovani, che ci stanno dando quell’esempio e quel coraggio di reagire che la nostra generazione e quella dei nostri padri – tranne rarissime eccezioni – non ha obiettivamente avuto.