economist berlusconiForse è la mia poca esperienza politica a trarmi in inganno, ma non ricordo un Governo che in Italia sia stato così tanto avversario del popolo, a tal punto da mettersi in competizione con la volontà popolare evocata quotidianamente nei tempi d’oro per giustificare ogni angheria, tra cui la messa in discussione persino della Costituzione formale a favore di un presunto ordinamento dello Stato ‘materiale’ in cui il dominus può tutto perché autorizzato dal popolo.

Non ricordo un Berlusconi così tanto ansiosamente in fuga dal consenso, così incapace di leggere gli umori degli italiani, così slegato anche dalla logica forse arida, ma spesso efficace, della scelta della linea politica solo dopo aver consultato rilevazioni e sondaggi.

Queste ultime due settimane, dal punto di vista della comunicazione politica di chi governa l’Italia, non marcano alcuna differenza con il mese precedente di campagna per le Amministrative. Semplificando, pare che si sia sciolto l’unico collante che teneva insieme centinaia di leader di seconda fascia in attesa perenne di un’opportunità: lo stare insieme perché tanto Berlusconi porta i voti a tutti.

Questo assioma si è rotto alle Amministrative, dove il Premier era temuto persino da Moratti e Lettieri, che avrebbero evitato volentieri di trovarselo tra i piedi. Berlusconi, non a caso, ha restituito loro il favore a quattro giorni dal ballottaggio attribuendo la sconfitta della destra alla debolezza delle loro candidature.

L’incoerenza è deleteria in comunicazione, ma pare che questo non importi a nessuno. Basterebbe che il centrosinistra mandasse a memoria la rassegna stampa degli ultimi 60 giorni per poter impostare serenamente la prossima campagna elettorale per le politiche.

Berlusconi si è contraddetto su tutto: prima ha detto che le Amministrative erano un test nazionale, poi ha ridotto lo scivolone di metà maggio a una semplice sconfitta amministrativa. Prima ha magnificato il nucleare inserendolo nel suo programma di governo nel 2008, poi non ha avuto il coraggio di affrontare l’opinione pubblica a viso aperto dopo Fukushima (non riuscendo, peraltro, a evitare quel confronto: i referendum sono rimasti in piedi). Proprio sull’appuntamento del 12 e 13 giugno il premier ha fatto ciò che non gli era riuscito in decenni di carriera da imprenditore e da politico: cambiare idea tre volte in cinque giorni.

“I referendum sono inutili”, diceva il 4 giugno; “sono un evento il cui risultato è un’indicazione che l’opinione pubblica dà al Governo” (7 giugno); oggi, 9 giugno, dopo aver dato libertà di coscienza agli elettori del PDL e dopo che il Presidente della Repubblica Napolitano ha dichiarato di voler esercitare il suo ‘dovere di elettore’, Berlusconi ha dichiarato di non avere intenzione a votare. Parafrasando, ci ha detto da un lato che ha paura di perdere e dall’altro che del rispetto del mandato con gli elettori non gliene può fregare di meno.

In queste settimane è mancata completamente la difesa del programma di Governo dove, tra l’altro ci sono anche riferimenti espliciti ad acqua e riforma della giustizia in nome di improvvisi e non concordati cambi di strategia.

A questo appello avrebbero tutti risposto con una sola voce fino a pochi mesi fa. Invece in questi giorni trapelano i distinguo, mai ufficiali e per questo più dolorosi per il Cavaliere. Su tutti mi preme citare quello di Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente e persino di Nicole Minetti: entrambe, con tutta probabilità, voteranno sì sul nucleare. A dimostrazione che Berlusconi non aggrega né spaventa più.

Sulla posizione del non voto si era accomodato Umberto Bossi: una scelta che marca ancora una volta la distanza crescente tra la Lega Nord di Roma (ladrona?) e quella dei territori, oltre a confermare il valore puramente strumentale del programma di Governo per chi oggi guida il Paese. I tre sì (facciamo quattro?) di Zaia e Cota pesano come macigni sulla solidità del partito del Senatur e dimostrano, ancora una volta, la faida in corso tra il cerchio magico attorno al leader e leghisti di seconda e terza generazione: la competizione potrebbe esplodere anche a Pontida, dove si temono i primi fischi a Bossi da quando esiste la Lega.

Un’ulteriore conferma della dissociazione in corso tra la coppia Berlusconi-Bossi e ‘il popolo sovrano’ è l’assurda uscita di ieri del Senatur: ricordare a tutti che non si giura sulla Costituzione non crea oramai alcun effetto sul suo elettorato, così come la ‘puttanata intercontintentale’ dei ministeri al Nord (copyright di Giancarlo Galan, di certo né terrone né comunista), e fa sicuramente incazzare tutti gli altri, nel 150mo dell’Unità d’Italia e con un consenso straordinario nei confronti di Napolitano.

Il fatto che due tra i personaggi politici più influenti d’Italia, oltre che due massime autorità della Repubblica, non diano indicazioni di voto, è a mio avviso un segnale di un atteggiamento anti-italiano del Governo.

In queste ultime settimane il centrodestra ha distrutto in un sol colpo tutti i monoliti della sua azione politica. Combatte col popolo affinché non si esprima, ignorano le indicazioni del programma che era il pilastro di ogni decisione (repulisti ai finiani inclusa) e dunque della credibilità del centro-destra, non tenta neanche di attutire l’impatto con la verità: Stracquadanio che afferma che la legge sull’acqua si ridiscuterà dopo il referendum in ogni caso e il Senato che in queste ore sta calendarizzando la discussione sulla prescrizione breve dicono di un Governo a metà strada tra lo stordimento da fuoco amico e l’arroganza ubriaca del potere.

Il risultato è una plurivocità, polifonia e disorganizzazione che neanche il PD dei tempi peggiori o l’Unione erano stati in grado di mettere insieme. A proposito: forse è questo il monolite che il centro-destra ha buttato via in pochi giorni con maggiore ardore suicida.

Con che coraggio potranno ora parlare di sinistra litigiosa, dopo quello che combinano ogni giorno?